domenica 13 ottobre 2013

Primo scrutinio

Primo scrutinio:
18 aprile

Mi dicono fuori ci sia il sole. Gli altri escono. Io no. E non per senso del dovere. Sono appoggiato da dieci minuti ai bordi della scalinata. Passata la mia ultima ora a leggere di sport seduto al mio seggio, ho deciso di fare due passi. Prima della chiama. Mi sono stancato di tutto quell’amaranto. E’ una cosa che sto imparando a poco a poco. Prendere confidenza con questo posto. Mi avevano detto, al partito, “sarà un lavoro come un altro, non essere nervoso” ma era servito a poco. Ora sono di nuovo dentro all’aula. Lovati è appena uscito dalla cabina. Alzo lo sguardo sullo schermo. Mabelli, Macherio, Mannini, Marchini. Ancora tre e poi è il mio turno. Oggi non se ne farà niente. Ancora tutti a discuterne. Io ho deciso di votare per Dante Alighieri. All’inizio non volevo, poi ne ho parlato, così, per scherzare, con un collega, e lui mi ha rassicurato. “Io sette anni fa al primo scrutinio votai Topolino” mi ha detto ed io ho sorriso. Non parlo molto. Non parlavo molto prima, ma da quando sono qui dentro parlo ancora meno. Parlo poco con i miei vicini di seggio, poco con i compagni del partito. Per niente con gli altri. Oggi,alla buvette, è venuto il vicesegretario e mi ha detto “ragazzo ti vedo troppo spaesato, devi ambientarti di più”. Io ho annuito ,ma lui ha capito subito che non sapevo come fare. Ad attaccare bottone, qui dentro, non ci vuole nulla. Anche in fila per prendere il caffè puoi scambiare due chiacchiere con chi ti sta a fianco. Qualcuno ci prova con le ragazze più giovani. Butta lì qualche frase un po’ sorniona e poi se ne va sorridendo e lasciando un caffè e un cornetto già pagati. In consiglio comunale avevamo la macchinetta delle bevande fuori dalla sala e se si veniva fuori da una seduta un po’ agitata alcuni continuavano a litigare su chi ci fosse davanti e dietro in fila. Io cedevo sempre il mio posto volentieri. Ci mettevo mezz’ora per prendere il caffè. A volte infilavo la moneta e poi era finito. Qui è tutto così immenso che ti senti importante anche se non lo sei. Io non valgo nulla, e lo so. Far politica mi piace. E’ la mia passione. Ma sono stato messo in lista grazie al nostro segretario in regione, che mi conosce da quando era sindaco nel mio paese, e ha proposto il mio nome alla dirigenza. Uno dei candidati per svecchiare un po’ le liste. Quando lo sono andato a trovare in ufficio per ringraziarlo di avermi proposto, mi ha sorriso e mi ha detto “ho tanta fiducia in te, ragazzo, hai delle buone idee e secondo me puoi far carriera nel partito, però, ricordati, è la tua prima volta, se vuoi avere un futuro, evita di fare stronzate”. Era sincero quando me l’ha detto. Non c’era malizia. Fare stronzate significa voler farsi notare a tutti a costi. Quindi alzare la mano alla riunione del gruppo e dire che magari tu quella cosa la vorresti fare in un altro modo. Quindi votare in dissenso rispetto al gruppo. Quindi rilasciare dichiarazioni alla stampa con troppa frequenza e troppo frequentemente a briglia sciolta. Ognuno ha le sue idee, ma ,per quanto belle possano essere, quando hai ventisette anni e vieni eletto qui dentro , puoi permetterti di farle sapere in giro solo fino a un certo punto. Per ora stai zitto. Poi, dicono loro, se sei intelligente capirai il momento giusto per iniziare a parlare.
Io forse ho esagerato col senso del dovere. Sono rimasto chiuso dentro l’aula per praticamente tutto il tempo della chiama. E, dopo aver votato, sono sicuro che al massimo mi concederò una passeggiata. E mai fuori. Fuori, non so perché, mi sento quasi un traditore.
Macherio, Mannini, Marchini, Margiotta. Uno di meno. Il mio turno si avvicina. Guardo Macherio che entra. Mannini aspetta poco lontano da lui. E Margiotta? Chi è Margiotta? Gli altri due li conosco, li ho visti alle riunioni del gruppo. Margiotta mai. Sarà di un altro partito. Mi guardo attorno. Fra i gruppi di tre o quattro che stanno parlando fra loro, l’unica che aspetta è una ragazza. Avrà la mia età. Forse anche un paio di anni in meno. Sarà lei Margiotta? Mi viene su una curiosità incredibile. Anche perché, devo dire, lei è carina. Forse il tailleur verde scuro me la fa sembrare migliore di quel che è…ma no, no, la guardo in faccia spostandomi un po’ di lato e confermo che è carina davvero. Mi chiamano. Marchini. Prendo in mano il foglio dal commesso. Entro nella cabina. Scrivo velocemente “Dante Alighieri”. Piego il foglietto ed esco di fretta.  Voglio aspettarla all’uscita. Per vedere se è lei. Quando infilo il foglio ripiegato nell’urna di vimini alzo gli occhi e sul tabellone Margiotta già non c’è più. In quel momento , dalla cabina a fianco della mia, esce. Avevo ragione. E’ lei Margiotta. Ha votato velocissima. Scheda bianca, sicuramente. Mentre la guardo passare e alzare il braccio per salutare una collega della sua stessa età, inizio a pensare. Quali sono i partiti che hanno detto di votare scheda bianca, a parte il mio? Tutti tranne uno. Ok, quindi per sapere di che partito è glielo dovrò chiedere. Questo equivale a dire che non lo saprò mai. Chi ha il coraggio di chiederglielo? Sta ancora parlando con la sua amica. Devono conoscersi da tempo. Secondo me parlano di gossip. Lei ha la faccia di una da gossip. Margiotta. Ora viene raggiunta da un’altra donna, appena un po’ più anziana. Quest’altra la conosco, e se Margiotta è una sua collega i miei dubbi sul partito di provenienza sono spariti. Maledizione, è proprio quello che sopporto di meno. Ora posso dire che sarà praticamente impossibile parlare con lei. Mi verrebbe da prenderla a schiaffi. E’ tutto molto innaturale. Alla prossima votazione, o al massimo domani, dovrò votare un nome per un presidente condiviso dalla maggior parte delle forze politiche. Condiviso anche dal suo partito. Ma questo, almeno adesso, non mi crea molti problemi. Forse perché è una cosa lontana. E’ un nome scritto a penna su un foglio. Forse perché se lo farò sarà perché me lo hanno detto, ed io sono qui anzitutto per non fare stronzate, se voglio avere un futuro. Ma qui è diverso. Qui si parla di una persona in carne ed ossa che crede in qualcosa che io ho sempre disprezzato. Sin dall’adolescenza. Credo si capisca, è una cosa molto più umana. Carnale. Fisica. Ci si guarda e si pensa “sei proprio una cretina”. Magari lei penserebbe lo stesso di me. Oppure no?

Guardo l’orologio e mi dico che ho fame. Potrei rimanere a mangiare qui dentro, ma mi ero ripromesso di concedermi una passeggiata,pur breve. Salgo al mio seggio, prendo il giornale e mi avvio verso l’uscita. Saluto un paio di colleghi. Mi invitano a mangiare con loro. Mento dicendo che sono già impegnato. Appena fuori chiamerò mia madre. E’ in pensiero, non mi sente da due giorni. Sono grande e grosso ma lei si preoccupa sempre. Crescendo in un paese relativamente piccolo, vicino a città relativamente piccole, non si riesce ad apprezzare in pieno la grandezza del caos che comunica Roma. Oggi però fa caldo e la gente è a casa a mangiare. Un giorno come tanti. Qualche passante mi vede uscire dal palazzo e rimane un attimo a guardarmi. Io cambiò strada e mi infilo in vicoli che conosco da troppo poco tempo e mi ci potrei anche perdere. Spero di trovare una trattoria che mi faccia una buona carbonara. Poi di corsa al palazzo. Di nuovo dentro. Ad aspettare.

A volte(purtroppo) ritornano

In realtà non sono chi credete. Facciamo finta che sia venuto dal futuro. Tipo dal 2039. Dopo aver ucciso un uomo ho trovato nella tasca della sua giacca un indirizzo email ed una password. Ho allora scoperto questo blog abbandonato e ho deciso di appropiarmene. Perchè l'ho fatto? Ma è ovvio, perchè non ho nient'altro da fare. E' dura la vita nel futuro, ma ci sarà tempo per raccontarlo. Preferisco partire dall'ora: dunque credo che questo idiota abbia lasciato inattivo questo blog per diversi mesi. Come al solito: iniziano che vogliono diventare dei fenomeni e si stancano dopo poco tempo. Beh, qui arrivo io. Sto pensando di prendere le sembianze(ma soprattutto il nome) di questa fantomatica donnola e diffondere il mio verbo per quei quattro disperati che ancora stanno appresso a queste pagine. Lo so lo so, ci sono tante domande, a partire da :ma cosa è accaduto alla vera Donnola? Non lo so, ma posso scoprirlo. Posso seguire le tracce di sangue che ho trovato sulla sua tastiera. Portano ad un biglietto con alcuni strani numeri scritti sopra. Il loro significato mi è oscuro. Ma non c'è tempo da perdere: il destino chiama e devo ancora obliterare il biglietto. L'ultima volta mi hanno beccato e non sai che casino con il controllore. Quindi si ricomincia, senza troppe spiegazioni.  

sabato 4 maggio 2013

L'uomo della pizza V


Incontrò Cherie il giorno dopo, sulle scale mentre scendeva. “Perché non vieni mai a casa mia?” gli chiese, “Sono sempre stanco quando torno, scusa” ,”Non ti credo”, “No, è vero, te lo giuro, sono stanco”, “Se ti invitassi di giorno verresti?”, “Vediamo, oggi devo uscire, un’altra volta, vediamo”. Sceso giù, tolse la catena del motorino, trascinò a piedi il motorino fino alla strada, alzo lo sguardo verso le finestre del palazzo. “Bob! Ehi Bob!”, “Che vuoi?” chiese Bob affacciandosi trafelato alla finestra. “Vieni, facciamo un giro”, “Sul serio?”, Johnny annuì. Nemmeno un minuto dopo Bob era già seduto dietro al motorino, Johnny era pronto per mettere in moto. “Attento che sei senza casco” lo mise in guardia, ma Bob era già perso ad ascoltare il rumore dell’aria sulla sua pelle, sui capelli. Passarono vicino alle solite case, poi uscirono dalla città, attraversarono i quartieri di periferia, dove a grandi spiazzi d’erba si alternavano palazzi decrepiti, qualche villa abbandonata, negozi sparsi qua e là.
“L’ultima volta che sono salito su un motorino non andavo ancora all’università” fece Bob, “Perchè non ci sei andato più?”, “Quella volta l’ho rotto, era di un amico che si è incazzato come una belva, l’ha raccontato ai miei che mi hanno fatto un cuore così, mi sono dimenticato dei motorini, solo treno e automobili, guidate da altri però”, “Ah, allora fuggi le responsabilità” chiese Johnny, “Non dire boiate, guarda” Guarda quella… che bomba”, “Non l’ho vista”, “Bravo bravo, pensa a guidare che alle donne ci penso io”, “Va all’inferno Bob”. Erano ora nel nulla più totale, solo caseggiati abbandonati, prati a perdita d’occhio. “Che periferie insignificanti” fece Bob ,”dì un po’ Johnny” continuò “lavori ancora come cameriere in quel localaccio…non so come si chiama”. “Mi sono licenziato già da una settimana, ho raccattato qualche soldo, ma non ne potevo veramente più”, “Certo che tu sei proprio strano: ti licenzi da cameriere e preferisci girare a portare le pizze alla gente, bah”, “Tu non capisci Bob, a me piace girare, voglio vedere la città di notte ,e poi posso vedere un sacco di gente, sono una specie di buona novella, porto la cena al posto della salvezza, più o meno siamo lì. Io non sono un fattorino qualunque, sono l’uomo delle pizze, mi capisci?”
“Devo mandarti al diavolo adesso o preferisci dopo? Per te consegnare pizze ti eleva moralmente, ma fammi il piacere; dovresti studiare, fare gli esami, prenderti un pezzo di carta, visitare paesi, devi farti una cultura Johnny,come me, io sì che sono degno di rispetto”
“Ora stai zitto che nella vita non hai combinato molto, davvero, quindi non puoi parlare. Credi che io non potessi studiare? Certo che potevo, andavo pure bene a scuola”. “D’accordo” rispose Bob “io sono l’uomo del poteva fare di più ,ma tu? Perché hai smesso di studiare?”
“Niente di interessante Bob, mi sono svegliato un giorno ed ho parlato con me stesso, mi sono accorto che non sapevo fare nulla. E’ stato un momento davvero brutto Bob, credimi, però era vero: non posso risolverti un’equazione, né scriverti una poesia né parlarti di filosofia, non so aggiustare un rubinetto né cucinare, faccio fatica anche a cambiare una lampadina, non so parlare con la gente, non posso essere un amico, e nemmeno un nemico. Per me era inutile continuare, ma non sono arrabbiato. Io non ho chiesto niente di tutto questo, è semplicemente quello che ho, e per me essere qui è la cosa più importante. Tu invece, piuttosto che fare il cretino e piangerti addosso, potevi farci qualcosa di più con una laurea in legge che pulirtici il sedere, e poi la lasci appesa per un chiodo in quella fogna che ti ritrovi come casa. Io forse sto peggio di te, e non mi lamento, e tu…vabbè scusa Bob, sto dicendo cose senza senso, scusa, non volevo dire…”, “Hai ragione Johnny, e comunque le ultime parole non le ho sentite, c’è troppo vento, accelera adesso,voglio sentirmelo ancora più addosso”. Johnny accelerò, si trovavano su uno stradone sterrato fuori dalla città,accanto a tubi di scarico e ruscelli inquinati, in lontananza i profili delle fabbriche. “Questa sera secondo me ti ricapita l’ordinazione dall’avvocato” disse Bob reggendosi alle spalle di Johnny. “Speriamo di no, non vorrei ribeccarlo con quella sua amante, prima o poi mi verrà voglia di dirlo alla moglie”, “Perché conosci la moglie”, “No,dicevo per dire, e comunque una volta l’ho vista, era con lui in casa, l’amante non c’era però”, “Ci mancherebbe Johnny”. “Ehi, aspetta Johnny, aspetta! Ferma! Fermati qui, un attimo”, “Che c’è?”, “Fermati”. Bob scese dal motorino, i suoi capelli erano tutti scompigliati dal vento, si fermò in mezzo alla radura. “Ecco, guarda qui, deserto assoluto”, “Mi hai fatto fermare solo per vedere l‘erba qui intorno?”, “Non ti piace, non ti affascina?”, Johnny ristette, “Beh, forse un po’ ,si è bello ,ma che c’entra?”. “Dì un po’ Johnny, se potessi andar via da qui dove andresti?” chiese Bob mentre camminava con il viso verso l’orizzonte sperduto. “Non saprei, mio zio vive in Brasile, mi scrive qualche volta, ci pensavo spesso ad andare da lui, poi ho scoperto che una pizzeria ed allora ho preferito tenermi alla larga”. Bob era incredulo “Che stai dicendo Johnny? Tuo zio vive in Brasile e tu non ci vai?”, “Se devo fare il fattorino preferisco farlo qui!”, “Ma che c’entra Johnny, si tratta di scappare via, e poi lo hai detto tu che ti piace consegnare le pizze”, “Non saprei che fare in Brasile Bob, come faccio a presentarmi da lui improvvisamente!” ,Bob si allontanò ,”Mamma mia Johnny non posso più sentire queste teorie dell’altro mondo, non riesco proprio a capirti, fossi al posto tuo raccatterei tutti i fottuti soldi che ho per casa e fuggirei, capito? Fuggire! Andare via!”; Bob si fermò a guardare l’orizzonte, Johnny lo osservava da lontano, appoggiato al motorino: che avrebbe fatto in senza il suo motorino, in Brasile, da solo? Non se l’era mai sentita, avrebbe perso per sempre la possibilità di vedere le facce dei fedifraghi e dei figli di puttana a cui portava da mangiare; si, forse c’erano anche in Brasile, ma gli piacevano di più quelli di casa sua, gli sembravano più simpatici, più interessanti, e poi, non avrebbe più rivisto Martha. Ci pensò solo allora, mentre si chinò a cogliere qualche filo d’erba secca, e se li passo da una mano all’altra: pochi giorni erano passati da quando l’aveva vista per la prima volta, eppure ne era attirato in un modo diverso.
“Forse ci penserò Bob, prima però dovrei sistemare alcune cose”, “Che cosa? Quella tizia a cui hai consegnato la pizza? Oppure ti sei deciso a farti Cherie, e ti assicuro che lei ne sarebbe felice, le sei simpatico”, “Basta idiozie Bob per favore”, “Non sono idiozie, sono cose serie” ,”Guarda che ti lascio qui a piedi”, “D’accordo, sto zitto, meglio ripartire, metti in moto”. Bob montò su, abbandonarono ben presto quella desolata distesa. “Ti va di fermarti al bar, così sfottiamo un po’ la cameriera”, “No, Bob, devo passare a mettere benzina, però ti posso lasciare lì davanti” Bob annuì senza aggiungere altro. 

sabato 27 aprile 2013

L'uomo della pizza IV


Johnny continuò a camminare, a testa bassa, guardava il marciapiede sporco sotto di sé, gli capitava di salutare qualche vagabondo che dormiva vicino ad un cassonetto,sorrideva, poi passava oltre, un po’ facevano paura anche a lui. Non si ricordava bene quale traversa fosse,poi riconobbe da lontano il profilo dei palazzi, si avvicinò, trovò la strada giusta, ottavo piano,ma la finestra era chiusa,la serranda abbassata, forse non c’è ,pensò Johnny,meglio andarsene, qui sono fuori posto. Rifece la stessa strada, sudava acqua come fosse una fontana, ripensò mille volte a quel viso, Martha Damber e la bambina. Magari un giorno potrò venire qui presto, potrò seguirla, ma no, che sto pensando, lasciamo perdere, dimentichiamo.
Quando il lunedì uscì di casa non se la era dimenticata affatto, e nemmeno la sgradita visita del padrone di casa che gli sollecitava il pagamento della rata di affitto lo riuscì a smuovere dalla sua fantasia. Non appena il padrone se ne fu andato gli si avvicinò Bob, “Viviamo come topi e dobbiamo anche pagarlo, bisognerebbe portarlo in tribunale… roba da far drizzare i capelli”, “Si bravo Bob, portalo in tribunale, come in quel film…non mi ricordo come si chiama… ma va, torna a casa e passa una buona serata, no, non mi seguire che tanto non te lo faccio provare il motorino”.
Arrivò alla pizzeria, la lista delle ordinazioni era più lunga del previsto, la pila delle pizze anche, dovettero montare sul posto un baule più grande dietro al motorino. Johnny aveva le mani sporche di grasso, ma non aveva tempo di lavarsi, il pizzaiolo gli diede un paio di guanti. “In settembre?”, “Mettiteli e non rompere, se porti le pizze con quelle mani luride ti cacceranno a calci nel di dietro” gli disse. Partì e subito le sue vecchie conoscenze si ripresentarono: la cameriera depressa lo accolse con una maschera per il viso dal colore violaceo, gli diede una mancia sostanziosa per un calzone con formaggio e prosciutto, un ragazzo dal viso sciupato e dagli occhi incavati aprì la porta con mani tremanti. “Quanto?”, “Sette e cinquanta”, “Tanto, tanto,troppo, un attimo ,aspetta qui, che pizza è?” Johnny vide tante ferite sulle braccia, poi gli si avvicinò una ragazza, capelli corti rossi, segni sulle braccia anche lei, occhi incavati. Mise i soldi nella sua mano, “Ecco, pagato, vai,grazie” Gli sbatterono la porta in faccia. Johnny se ne andò indifferente: una volta gli eroinomani erano più educati, pagavano anche qualcosa in più. Il prossimo chi è: Mc Bride, ancora lui, cazzo, o gli piace davvero la pizza oppure ha in programma un’altra serata a luci rosse. Arrivò con leggero ritardo al suo condominio, fece in tempo a vedere tre ragazze in minigonna prendere le scale e salire su. Attese un po’, non era il caso di rompere le scatole, in fondo erano fatti suoi. Quando salì lo trovò in mutande e camicia, pagò subito. “Grazie, grazie, ma quanto è buona questa pizza?” disse McBride, “La ringraziamo per la sua fedeltà” rispose Johnny, “grazie a lei e alla sua famiglia” . McBride sorrise, liquidò Johnny e chiuse la porta. Mentre scendeva le scale gli venne un pensiero assurdo: possibile che fosse sempre così inopportuno? Possibile che dovesse capitare a casa dei clienti proprio durante le loro orge preserali o i loro festini, e poi ,diavolo, queste persone non lavoravano: direttori di banca ,avvocati ,medici, potrebbero impegnarsi un po’ di più nel loro mestiere invece di farmi fare figure da scemo quando gli porto le pizze. Altri giri, per tutta la città, l’ultima consegna lo attendeva che erano già le dieci e mezza, ritardo stratosferico. Martha Damber, ancora, anche a lei deve piacere la pizza, sul serio perché con una bambina a casa non potrebbe permettersi festini. Non era così infatti: la solita graziosa creatura con le trecce gli aprì la porta, poi arrivò la madre, sempre con lo stesso vestito, questa volta aveva un paio di occhiali ed un librone in mano, lo poggiò su di un vecchio divano, prese la borsa, tirò fuori i soldi, gli diede a Johnny. Lui li prese, e già stava per chiudersi la porta quando non capì più niente. “Aspettate, è troppo,sono solo sette”; “Ma.. l’ultima volta erano sette e cinquanta” ,”Abbiamo diminuito, ecco, tenete,arrivederci e scusate per il ritardo”, “Non vi preoccupate, avrete trovato traffico”. Johnny inspirò profondamente, “Già ,un pochino”. Martha gli sorrise, alzò la mano per salutarlo, la bambina fece lo stesso. “Come si chiama?” chiese Johnny, “Barbara”, “Barbara” ripeté Johnny, “Ciao”.
Quella sera dovette anche consegnare cinquanta centesimi di tasca sua per coprire quella scemata che aveva fatto con Martha, a mezzanotte passata finì di rimontare il vecchio baule dietro il motorino, si mise in cammino per tornare a casa. Girava per la città ,ed il suono di quel vecchio macinino riempiva l’aria, come musica jazz di un fumoso locale. Era uno sghembo ritmo ronzante, persino divertente se ascoltato con la giusta predisposizione. Questo motorino ha visto poche volte la luce del giorno, pensò Johnny, domani lo porto a fare un giro, voglio fargli vedere com’è la città deserta all’ora di pranzo, tanto domani il pranzo lo salto. Si fermò in un chiosco di panini, comprò un hot dog senza condimento, lo mangiò velocemente, poi ripartì. Faceva quasi sempre così per cena. A casa si fece una doccia, l’acqua gelata gli rinfrescò le idee. Guarda, pensò, a qualcosa serve non avere l’acqua calda. Si sdraiò sul materasso, tornò a leggere il manuale di legge, era arrivato a pagina cento. Dopo poco Bob bussò alla porta: “Ti va di scendere da Cherie?”, “No Bob, ti ho già detto che da quella non ci vengo”, “Dai, non fare il lupo solitario, neanche fosse una puttana”, “L’hai detto tu Bob”, “Bè, se la pensi così, comunque non sai che ti perdi”, “Dici sempre così”, “Ma si può sapere che fai la sera?”, “Sto leggendo il tuo manuale di procedura civile”, Bob rise, “Ah ,bravo, una delle più grande palle che la storia dell’umanità abbia mai prodotto, l’ho studiato per non so quanto,come è finito lì scusa?”, “Non lo so Bob, come ti andò l’esame?”, “Promosso, che domande,non mi ricordo il voto però” “E’ interessante” fece Johnny “qualche volta dovremmo parlarne insieme, di diritto dico”, “Va bene, ma solo se mi fai…”, “Vaffanculo Bob, no! Il motorino non lo tocchi!”, “Allora scordatelo!”. Bob se ne andò,ed era incazzato, Johnny continuò a leggere, non riusciva proprio a farsela piacere quella Cherie, era davvero una puttana ,e a lui quelle non erano mai piaciute. Era anche carina,aveva dei begli occhi azzurri, capelli biondastri, ma…no, non gli andava proprio di diventare suo amico. Erano più di due anni che abitava sotto di lui e ancora non l’aveva toccata una volta; beh Johnny a dir la verità non aveva mai toccato nessuna.
Chiuse il libro a pagina cento venticinque, spense la luce, era ora di dormire: lo stomaco brontolava, ma la testa era già altrove.

sabato 20 aprile 2013

L'uomo della pizza III


Il pizzaiolo era appoggiato alla porta aperta della pizzeria, dentro era tutto spento tranne una lampadina alla cassa, aspettava la consegna dei soldi. “Quarantacinque” fece Johnny porgendogli le banconote. “Bene, bene, bravo, ci vediamo lunedì”, e fece per rientrare. “Ehi” disse Johnny, “scusatemi”, “Che c’è?”, “Oggi sarebbe sabato, sa…la paga…settimanale”. “Ah,si ,si, vieni, ecco, un attimo che apro la cassa e metto i soldi dentro, entra. Allora,sono dieci ,tieni”; “Scusatemi ancora, ma di solito…”, “si ,si di solito sono quindici ma questa settimana sono andato male, davvero male, quindi, questo è il massimo,scusa e adesso vai però. Ciao”. “D’accordo, scusatemi di nuovo, arrivederci”. Ripartì con un biglietto da dieci in tasca, poco male, per una settimana basteranno. Faceva un po’ di dispiacere, ma capitava talmente tante volte, e lui non se la sentiva di incazzarsi,non era davvero il tipo. Tra un pensiero e l’altro era arrivato vicino a casa e già intravedeva il tetto del suo palazzo, una selva di antenne abusive e mezze rotte. Passò l’ultimo semaforo, questa volta non lo maledì nessuno, ne fu sollevato, girò a destra. Parcheggiò il motorino nel cortile,lo lego ad una colonna con la catena, si tolse il casco, lo accarezzò ,poi salì su. Fece le scale fino all’ottavo piano, il suo, poi una voce lo bloccò. “Hey,tu vieni stasera?”, “Perché, stasera che si fa?”, “Bah niente, ci vediamo sotto nella topaia di Cherìe, stiamo lì, nient’altro”, “No, no, non ci vengo in quel postaccio Bob,vado a dormire”, “Come vuoi, però stare tutte le sere da solo fa male, quando ero all’università più di una sera in casa non reggevo.”, “Infatti si è visto come studiavi bene, Bob!”. Quello si alterò un poco “Diavolo, Johnny non sfottermi adesso, ti ho solo invitato ad una festicciola”, “Si,si, scusa Bob, sono stanco, mi dispiace,sul serio, scusa”, “D’accordo,si, ma allora che farai tutto da solo su quel materasso?”. Johnny sospirò “Il solito, penserò alle facce di chi ho visto oggi, sognerò di conoscerli,proverò ad immaginare la loro vita”. “Allora una noia mortale?”, “Pensa per te Bob, io mi diverto”, “Contento te, ora vado, ci vediamo domani mattina allora” “Ciao Bob”. Tirò fuori dalla tasca le chiavi arrugginite, ne infilo una nella toppa della serratura, la porta scricchiolò paurosamente, Johnny la richiuse dietro di sé, butto le chiavi in un cesto di vimini davanti a sé, cammino sulle assi di legno del pavimento, lentamente per il buio. Arrivò al materasso,il suo letto, si sdraiò, poi allungò la mano ed accese la lampadina dietro la sua testa, appoggiata su una scatola di cartone. Intorno a sé vide che la casa era impolverata, il giorno dopo avrebbe dovuto farsi prestare da qualcuno straccio e sapone per pulirla. Il letto era retto da quattro pile di libri al posto dei piedi, per lo più volumi universitari di Bob, fumetti e qualche romanzo d’avventura. Johnny ne prese uno caso, fu davvero sfigato: Manuale di diritto processuale civile. Si mandò a quel paese da solo, poi iniziò a leggere. Si addormentò dopo poche pagine e ,come promesso prese ad immaginare.





La mattina dopo fu svegliato da una scarica di fumo, proveniente dalle caldaie del palazzo che avevano lo sbocco proprio accanto alla sua finestra. Venne investito da una zaffata di calore e puzzo che per poco non ci rimase secco. Aprì gli occhi pigramente, si alzò dal materasso, notò che era ancora tutto vestito. Aprì un bauletto in mezzo alla stanza: niente latte, una scatola di biscotti quasi vuota, ne mangiò qualcuno controvoglia, andò in bagno, bevve un po’ d’acqua dal rubinetto, si mise il giubbotto nero ed uscì. Faceva un caldo infernale, il sole batteva come non mai. “Amico, aspetta amico!”, “Oh, Bob, ciao, com’è andata ieri sera?”, “Bah, non ti sei perso niente, avrei fatto meglio a restare con te,c’è più gusto a sparare idiozie”, “Se vuoi possiamo rimediare stasera, sono libero”, “Ah, perché hai deciso di saltare il turno questa domenica?”, “Non so, ti ho detto , sono stanco, voglio riposarmi un po’, è da un sacco che non faccio una passeggiata, stavo appunto uscendo” , “Bravo, bravo! Allora saremo in due ,aspetta che mi metto una maglietta e poi vengo con te”, “Guarda che non ti porto in motorino, vado a piedi”, “Ah! Ma cazzo Johnny è da cent’anni che ti chiedo di salire sul motorino e tu non me lo fai mai usare” ,”Non rompermi Bob, se vuoi camminare, cammina, altrimenti resta a piangerti addosso a casa tua!”. Due minuti dopo stavano passeggiando sulla stradina, deserta, che conduceva dal palazzo alla via principale.
“Ieri sera ho conosciuto una donna?” fece Johny, “Ehi! Dici sul serio? Hai concluso?” ,”Bob, ma che hai capito? Era una cliente, le ho portato le pizze, mi ha aperto la porta la figlia, davvero molto carina, lei poi è alta, ha un bel fisico, capelli neri, mi piaceva”, “Allora, ci hai almeno parlato?”, “Le ho detto quanto doveva pagare”, “Diavolo Johnny, ma perché non ti butti mai, vuoi fare questa vita per sempre, tu dovresti trovarti una bella donna e scappare con lei in qualche posto strano, c’hai anche il mezzo”. Johnny rise “e dove vuoi che vada con quel motorino scassato, può fare al massimo i venti all’ora e già sento rumori strani, no, e poi se mi prendo una donna, che ci faccio? Farle regali non posso, non so scrivere poesie, a cantare non sono bravo , a letto non ne parliamo, quindi…” , “Ma va all’inferno Johnny! Non ne posso più di sentirti parlare così, ci sarà pure una cosa che saprai fare, no?”. Johnny pensava ma non gli venne in mente niente. “Vabbè, lasciamo perdere” disse Bob “parliamo di quella tizia, le tette ce le aveva?”, “Non ci ho fatto caso”, Bob rise “Ok Johnny, o mi stai prendendo in giro oppure sei un idiota di quelli spaziali, scegli tu”, Johnny sospirò “Ti sto prendendo in giro Bob, comunque, non ce ne aveva tante”, “Allora aveva un bel sedere?”, “Si,quello sì”. “Ah, bene bene, ma ,di un po’,ordina spesso da voi, cioè, pensi di rivederla?”, Johnny iniziò a ridere sul serio, “E che diavolo ne so Bob, speriamo, ma poi, non so nulla di lei, so solo il suo nome…Martha Damber, una figlia a carico e la casa dove sta è poco meglio della nostra”, “E vedi che in fondo siete simili” fece Bob “tutti e due dei disperati”. “Perché tu non lo sei?” chiese Johnny, “Che c’entra, non si sta parlando di me, e poi comunque io ho studiato, ho studiato da avvocato, quindi porta rispetto”, “Si Bob,scusa” disse Johnny sorridendo e continuarono a camminare. Imboccarono la solita, grande, sterminata via, la domenica mattina era deserta: alcuni, come l’avvocato Stanley, sicuramente a messa, altri a riprendersi dalle feste della sera prima, altri continuavano a festeggiare in casa loro. Passarono davanti a tante case ,Johnny le aveva visitate quasi tutte, tutti i condomini, tutte le poche ville. “Qui abita un medico, l’ultima volta che ci sono stato era insieme a due ragazzi giovani, più o meno della mia età, pensa, aveva ordinato una pizza alle uova, quando aprì la porta aveva l’accappattoio”, “Lo conosco il dottor Casey” rispose Bob, “Tempo fa,quando ero un bambino, mi visitò per un problema al piede, un gran bel medico, ed un gran figlio di buona donna, sapevo che si era sposato, ma non che avesse figli”, “Non credo che quei due ragazzi fossero suoi figli Bob…oh, ecco guarda, in questo palazzo vive una che fa la cameriera al bar vicino a noi, fino a poco tempo fa ordinava tutte le sere una margherita semplice,con una foglia di basilico sopra. Aveva una faccia così depressa che mi metteva tristezza pure a me, credo avesse problemi sul lavoro” ,”Ma certo che ha problemi sul lavoro, Johnny, la sfottono dalla mattina alla sera, d’altra parte è brutta come la fame, che mai ci vuoi fare, puoi solo prendertela con la natura”.
“Non fare lo stronzo ,Bob, non crederti tanto superiore a questa gente”, “Oh,ma tu stamattina ce l’hai con me, che ti ho fatto?”, “Niente Bob, però mi da fastidio, stai zitto invece di criticare la gente che forse non sarà miliardaria però sicuramente c’ha un lavoro, e noi non ce l’abbiamo”. Bob tacque per un po’, poi riprese “Tu lavori Johnny”; “Si, quindici,anzi, dieci bigliettoni a settimana, e uno spicciolo di mancia da qualche cliente generoso, se ti va bene, ma io non mi lamento, sono già stato fortunato a trovarmi qui, tu invece, Bob…”, “Si, lo so non ricominciare a rompermi, ho studiato e allora dovevo eccetera eccetera, però non credere che sia per tutti facile, eh?”, “Sono d’accordo Bob, ma allora non prendere la gente per il sedere, se poi tu sei il primo a cercare giustificazioni”, “Mi hanno un po’ rotto le tue morali Johnny,e poi fa molto caldo, siamo andati lontani, che ne dici di tornare indietro?”, “Vai Bob” fece Johnny, ti raggiungo fra poco, ho ancora voglia di camminare, devo smaltire l’intossicazione che quel dannato fumo mi ha fatto venire stamattina”, “Va bene” rispose Bob”anche se questa strada non è proprio l’ideale per sentirsi meglio, ci vediamo!”

giovedì 18 aprile 2013

L'uomo della pizza, II


Si erano fatte le nove, Johnny era in perfetto orario, aveva una sola consegna da fare per quella sera, dopo di che poteva tornarsene a casa. Salì contento sul motorino ,controllò che il baule delle pizze fosse bene fissato, lasciò il condominio. Prossima consegna, nome: Damber, abita qui vicino, che fortuna! Due minuti ed era arrivato, di fronte a lui un palazzo altissimo e maleodorante, gli scarichi delle fogne proprio sulla strada, le serrande alle finestre tutte rotte o comunque scassate. Cercava il citofono: “Damber, Damber, qui non c’è”. Solo caselle vuote ,nessun nome, in quel palazzo sconosciuti. Premette un tasto a caso,si fece aprire, in mano aveva una pizza semplice, senza mozzarella, solo pomodoro, non bruciava più neanche tanto. Speriamo non si arrabbi troppo per la pizza fredda, pensava Johnny. Come al solito ascensore rotto, e voci e chiasso da tutte le parti, la luce accesa produceva un calore incredibile, le lampadine penzolanti dal soffitto dei corridoi. Lesse i nomi di tutte le porte, prima di trovare quello giusto, al nono piano, Damber, Martha. “Pizza!” disse bussando alla porta, poco dopo gli aprì una bambina dai capelli castani chiari, pettinati in due trecce ai lati della testa. “Eccomi, eccomi, scusate” sopraggiunse la madre, lunghi capelli neri, maglietta e jeans, occhi vispi e pelle quasi scura. Bella, davvero. Johnny prese i soliti sette soldi e cinquanta, salutò con un sorriso sincero la bambina, e vide la porta chiudersi di fronte a lui. Iniziava la strada per il ritorno a casa e, come al solito, Johnny ripensava alle facce che aveva visto quella sera: il traditore, il puttaniere, la ragazza madre, oddio, già adulta ma ancora giovane. Sicuramente, rifletteva dispiacendosi, si erano già dimenticati di lui, dell’uomo delle pizze. Lui violava il segreto delle loro case, ogni sera entrava nelle loro dimore, ma un solo passo, poi subito via, un perfetto sconosciuto, invisibile, che ronzava col suo motorino ed offriva il suo corpo alla città per tre ore, dalle otto alle undici, quando andava male, altrimenti alle nove e mezza già era sparito. Quella sera di metà settembre se la prese comoda, osservo le prostitute riempire le strade, le trovò tutte carine, ne rimase ossessionato come ogni sera. Aveva un problema Johnny: a volte non si riusciva a dimenticare la gente. 

venerdì 12 aprile 2013

L'uomo della pizza


L’uomo della pizza
 (è un racconto che ho scritto un po' di tempo fa, e che oggi forse non scriverei...)
Passava il carrello bianco dei gelati, le auto sfrecciavano a fari accesi, la strada intera era illuminata da decine di insegne al neon, il vialone che portava da una parte all’altra della città. In stivali di pelle rattoppati, giubbotto nero, jeans stretti e cintura arrivava con il suo motorino, dipinto di grigio con un lungo adesivo rosso a bianco su un fianco. Era Johnny, l’uomo delle pizze. Lo aspettava il pizzaiolo fuori dal locale, con gli occhi spiritati. “Sei in ritardo di cinque minuti”, “Scusa,scusa” si affrettò a rispondere Johnny, come altro non avrebbe potuto fare. Gli consegnò una pila di scatole bollenti, Johnny le metteva nel bauletto dietro al motorino. Partì subito senza che nessuno lo salutasse, quella sera c’era un lungo giro da fare. Aveva il viso oscurato dal casco, attraverso il quale poteva vedere tutta la città illuminata, già i vagabondi affollavano i marciapiedi, si accucciavano nelle loro scatole di cartone. Guidava piano Johnny, e ad ogni semaforo ci metteva un anno per partire, puntualmente veniva mandato al diavolo. Lui continuava senza rispondere, poteva solo andare avanti,dentro si sentiva piangere, ma non lacrimava.
Arrivò a casa del Dottor Stanley, avvocato, verso le otto di sera, era presto. Scese dal motorino, prese la scatola giusta, formaggio dolce e peperoni, si diresse verso il cancello della villa, mentre sulla strada migliaia di macchine passavano. “Chi è” rispose una voce affannata al citofono, “Pizza” si limitò a dire Johnny, senti il cancello che si apriva, entrò dentro, percorse velocemente il vialetto contornato da alberi, fino alla monumentale residenza. “Pieni di soldi” disse fra sé e sé Johnny, storcendo la bocca. Arrivò sotto il portico, bussò delicatamente alla porta, aprì l’avvocato, un asciugamano nero intorno alla vita, dietro di lui una voce femminile. “Quant’è?” disse velocemente, “Sette e cinquanta”, frugò in una borsa da donna appoggiata su un tavolino nell’ingresso, Johnny aspettava fuori, scorse due gambe nude che si muovevano dolcemente sul divano, poi una mano che reggeva un bicchiere, gli venne da sorridere. “Che c’è?” disse il Dottor Stanley. “Niente, niente, grazie, arrivederci” ,prese i soldi e scappò via, non era il caso di immischiarsi in faccende di amanti. Specialmente per uno degli avvocati più in vista della città, moglie e quattro figli a carico, una barca di soldi e molto altro,carne compresa. Appena uscito dal cancello principale, si rimise in moto, passò accanto ad una fila di bidoni della spazzatura, ritornò sulla strada, tagliò la strada ad un’auto, ecco un altro vaffanculo, tanto ci era abituato. Eppure gli faceva sempre male.
Il prossimo chi è? Ecco, la prima traversa a destra, nome: McBride. Ok, eccolo arrivato. Per lui ci sono quattro pizze, tutte al formaggio. Suonò il citofono, gli aprirono senza dire una parola, entrò nel condominio, l’ascensore era rotto, prese le scale: quinto piano, e la mano sotto le scatole friggeva senza pietà. Saliva più veloce che poteva, arrivò davanti alla porta. Bussò. “Pizza”. “Buonasera, per lei quattro al formaggio?”, “Si, sono per me, quant’è?”, “Trenta precisi”, “Ah, si, un attimo…eh, quando si torna da lavoro stanchi,e poi io sto in banca dalle otto di questa mattina, è la cosa migliore ordinare una buona pizza… e poi le vostre sono le migliori, per una serata in famiglia tranquilla… le migliori, in assoluto, prenda ecco,trenta tondi tondi, grazie, mi dia le pizze, ah, ecco fatto, grazie, arrivederci”. Tre biglietti da dieci e un vecchio bottone di mancia, “Stronzo!” sussurrò Johnny, poi scendendo le scale pensava: strano, serata in famiglia, ma in casa non ho sentito nessuno. Era arrivato al piano terra, quando un uomo e tre donne, vestite in modo appariscente, entrarono, si diressero verso l’ascensore. Le donne indossavano una pelliccia, l’uomo un lungo impermeabile grigio chiaro. “L’ascensore è rotto” disse Johnny sorridendo, l’uomo si rivolse allora alle ragazze: “Per di qua, saliamo,su”.