giovedì 17 ottobre 2013
mercoledì 16 ottobre 2013
martedì 15 ottobre 2013
lunedì 14 ottobre 2013
domenica 13 ottobre 2013
Primo scrutinio
Primo
scrutinio:
18 aprile
Mi dicono
fuori ci sia il sole. Gli altri escono. Io no. E non per senso del dovere. Sono
appoggiato da dieci minuti ai bordi della scalinata. Passata la mia ultima ora
a leggere di sport seduto al mio seggio, ho deciso di fare due passi. Prima
della chiama. Mi sono stancato di tutto quell’amaranto. E’ una cosa che sto
imparando a poco a poco. Prendere confidenza con questo posto. Mi avevano
detto, al partito, “sarà un lavoro come un altro, non essere nervoso” ma era
servito a poco. Ora sono di nuovo dentro all’aula. Lovati è appena uscito dalla
cabina. Alzo lo sguardo sullo schermo. Mabelli, Macherio, Mannini, Marchini.
Ancora tre e poi è il mio turno. Oggi non se ne farà niente. Ancora tutti a
discuterne. Io ho deciso di votare per Dante Alighieri. All’inizio non volevo,
poi ne ho parlato, così, per scherzare, con un collega, e lui mi ha
rassicurato. “Io sette anni fa al primo scrutinio votai Topolino” mi ha detto
ed io ho sorriso. Non parlo molto. Non parlavo molto prima, ma da quando sono
qui dentro parlo ancora meno. Parlo poco con i miei vicini di seggio, poco con
i compagni del partito. Per niente con gli altri. Oggi,alla buvette, è venuto
il vicesegretario e mi ha detto “ragazzo ti vedo troppo spaesato, devi
ambientarti di più”. Io ho annuito ,ma lui ha capito subito che non sapevo come
fare. Ad attaccare bottone, qui dentro, non ci vuole nulla. Anche in fila per
prendere il caffè puoi scambiare due chiacchiere con chi ti sta a fianco.
Qualcuno ci prova con le ragazze più giovani. Butta lì qualche frase un po’
sorniona e poi se ne va sorridendo e lasciando un caffè e un cornetto già
pagati. In consiglio comunale avevamo la macchinetta delle bevande fuori dalla
sala e se si veniva fuori da una seduta un po’ agitata alcuni continuavano a
litigare su chi ci fosse davanti e dietro in fila. Io cedevo sempre il mio
posto volentieri. Ci mettevo mezz’ora per prendere il caffè. A volte infilavo
la moneta e poi era finito. Qui è tutto così immenso che ti senti importante
anche se non lo sei. Io non valgo nulla, e lo so. Far politica mi piace. E’ la
mia passione. Ma sono stato messo in lista grazie al nostro segretario in
regione, che mi conosce da quando era sindaco nel mio paese, e ha proposto il
mio nome alla dirigenza. Uno dei candidati per svecchiare un po’ le liste.
Quando lo sono andato a trovare in ufficio per ringraziarlo di avermi proposto,
mi ha sorriso e mi ha detto “ho tanta fiducia in te, ragazzo, hai delle buone
idee e secondo me puoi far carriera nel partito, però, ricordati, è la tua
prima volta, se vuoi avere un futuro, evita di fare stronzate”. Era sincero
quando me l’ha detto. Non c’era malizia. Fare stronzate significa voler farsi
notare a tutti a costi. Quindi alzare la mano alla riunione del gruppo e dire
che magari tu quella cosa la vorresti fare in un altro modo. Quindi votare in
dissenso rispetto al gruppo. Quindi rilasciare dichiarazioni alla stampa con
troppa frequenza e troppo frequentemente a briglia sciolta. Ognuno ha le sue
idee, ma ,per quanto belle possano essere, quando hai ventisette anni e vieni
eletto qui dentro , puoi permetterti di farle sapere in giro solo fino a un
certo punto. Per ora stai zitto. Poi, dicono loro, se sei intelligente capirai
il momento giusto per iniziare a parlare.
Io forse ho
esagerato col senso del dovere. Sono rimasto chiuso dentro l’aula per
praticamente tutto il tempo della chiama. E, dopo aver votato, sono sicuro che
al massimo mi concederò una passeggiata. E mai fuori. Fuori, non so perché, mi
sento quasi un traditore.
Macherio,
Mannini, Marchini, Margiotta. Uno di meno. Il mio turno si avvicina. Guardo
Macherio che entra. Mannini aspetta poco lontano da lui. E Margiotta? Chi è
Margiotta? Gli altri due li conosco, li ho visti alle riunioni del gruppo.
Margiotta mai. Sarà di un altro partito. Mi guardo attorno. Fra i gruppi di tre
o quattro che stanno parlando fra loro, l’unica che aspetta è una ragazza. Avrà
la mia età. Forse anche un paio di anni in meno. Sarà lei Margiotta? Mi viene
su una curiosità incredibile. Anche perché, devo dire, lei è carina. Forse il
tailleur verde scuro me la fa sembrare migliore di quel che è…ma no, no, la
guardo in faccia spostandomi un po’ di lato e confermo che è carina davvero. Mi
chiamano. Marchini. Prendo in mano il foglio dal commesso. Entro nella cabina.
Scrivo velocemente “Dante Alighieri”. Piego il foglietto ed esco di
fretta. Voglio aspettarla all’uscita.
Per vedere se è lei. Quando infilo il foglio ripiegato nell’urna di vimini alzo
gli occhi e sul tabellone Margiotta già non c’è più. In quel momento , dalla
cabina a fianco della mia, esce. Avevo ragione. E’ lei Margiotta. Ha votato
velocissima. Scheda bianca, sicuramente. Mentre la guardo passare e alzare il
braccio per salutare una collega della sua stessa età, inizio a pensare. Quali
sono i partiti che hanno detto di votare scheda bianca, a parte il mio? Tutti
tranne uno. Ok, quindi per sapere di che partito è glielo dovrò chiedere.
Questo equivale a dire che non lo saprò mai. Chi ha il coraggio di
chiederglielo? Sta ancora parlando con la sua amica. Devono conoscersi da
tempo. Secondo me parlano di gossip. Lei ha la faccia di una da gossip.
Margiotta. Ora viene raggiunta da un’altra donna, appena un po’ più anziana.
Quest’altra la conosco, e se Margiotta è una sua collega i miei dubbi sul
partito di provenienza sono spariti. Maledizione, è proprio quello che sopporto
di meno. Ora posso dire che sarà praticamente impossibile parlare con lei. Mi
verrebbe da prenderla a schiaffi. E’ tutto molto innaturale. Alla prossima
votazione, o al massimo domani, dovrò votare un nome per un presidente
condiviso dalla maggior parte delle forze politiche. Condiviso anche dal suo
partito. Ma questo, almeno adesso, non mi crea molti problemi. Forse perché è
una cosa lontana. E’ un nome scritto a penna su un foglio. Forse perché se lo farò
sarà perché me lo hanno detto, ed io sono qui anzitutto per non fare stronzate,
se voglio avere un futuro. Ma qui è diverso. Qui si parla di una persona in
carne ed ossa che crede in qualcosa che io ho sempre disprezzato. Sin
dall’adolescenza. Credo si capisca, è una cosa molto più umana. Carnale.
Fisica. Ci si guarda e si pensa “sei proprio una cretina”. Magari lei
penserebbe lo stesso di me. Oppure no?
Guardo
l’orologio e mi dico che ho fame. Potrei rimanere a mangiare qui dentro, ma mi
ero ripromesso di concedermi una passeggiata,pur breve. Salgo al mio seggio,
prendo il giornale e mi avvio verso l’uscita. Saluto un paio di colleghi. Mi
invitano a mangiare con loro. Mento dicendo che sono già impegnato. Appena
fuori chiamerò mia madre. E’ in pensiero, non mi sente da due giorni. Sono
grande e grosso ma lei si preoccupa sempre. Crescendo in un paese relativamente
piccolo, vicino a città relativamente piccole, non si riesce ad apprezzare in
pieno la grandezza del caos che comunica Roma. Oggi però fa caldo e la gente è
a casa a mangiare. Un giorno come tanti. Qualche passante mi vede uscire dal
palazzo e rimane un attimo a guardarmi. Io cambiò strada e mi infilo in vicoli
che conosco da troppo poco tempo e mi ci potrei anche perdere. Spero di trovare
una trattoria che mi faccia una buona carbonara. Poi di corsa al palazzo. Di
nuovo dentro. Ad aspettare.
A volte(purtroppo) ritornano
In realtà non sono chi credete. Facciamo finta che sia venuto dal futuro. Tipo dal 2039. Dopo aver ucciso un uomo ho trovato nella tasca della sua giacca un indirizzo email ed una password. Ho allora scoperto questo blog abbandonato e ho deciso di appropiarmene. Perchè l'ho fatto? Ma è ovvio, perchè non ho nient'altro da fare. E' dura la vita nel futuro, ma ci sarà tempo per raccontarlo. Preferisco partire dall'ora: dunque credo che questo idiota abbia lasciato inattivo questo blog per diversi mesi. Come al solito: iniziano che vogliono diventare dei fenomeni e si stancano dopo poco tempo. Beh, qui arrivo io. Sto pensando di prendere le sembianze(ma soprattutto il nome) di questa fantomatica donnola e diffondere il mio verbo per quei quattro disperati che ancora stanno appresso a queste pagine. Lo so lo so, ci sono tante domande, a partire da :ma cosa è accaduto alla vera Donnola? Non lo so, ma posso scoprirlo. Posso seguire le tracce di sangue che ho trovato sulla sua tastiera. Portano ad un biglietto con alcuni strani numeri scritti sopra. Il loro significato mi è oscuro. Ma non c'è tempo da perdere: il destino chiama e devo ancora obliterare il biglietto. L'ultima volta mi hanno beccato e non sai che casino con il controllore. Quindi si ricomincia, senza troppe spiegazioni.
sabato 4 maggio 2013
L'uomo della pizza V
Incontrò Cherie il giorno dopo,
sulle scale mentre scendeva. “Perché non vieni mai a casa mia?” gli chiese,
“Sono sempre stanco quando torno, scusa” ,”Non ti credo”, “No, è vero, te lo
giuro, sono stanco”, “Se ti invitassi di giorno verresti?”, “Vediamo, oggi devo
uscire, un’altra volta, vediamo”. Sceso giù, tolse la catena del motorino,
trascinò a piedi il motorino fino alla strada, alzo lo sguardo verso le
finestre del palazzo. “Bob! Ehi Bob!”, “Che vuoi?” chiese Bob affacciandosi
trafelato alla finestra. “Vieni, facciamo un giro”, “Sul serio?”, Johnny annuì.
Nemmeno un minuto dopo Bob era già seduto dietro al motorino, Johnny era pronto
per mettere in moto. “Attento che sei senza casco” lo mise in guardia, ma Bob
era già perso ad ascoltare il rumore dell’aria sulla sua pelle, sui capelli.
Passarono vicino alle solite case, poi uscirono dalla città, attraversarono i
quartieri di periferia, dove a grandi spiazzi d’erba si alternavano palazzi
decrepiti, qualche villa abbandonata, negozi sparsi qua e là.
“L’ultima volta che sono salito su
un motorino non andavo ancora all’università” fece Bob, “Perchè non ci sei
andato più?”, “Quella volta l’ho rotto, era di un amico che si è incazzato come
una belva, l’ha raccontato ai miei che mi hanno fatto un cuore così, mi sono
dimenticato dei motorini, solo treno e automobili, guidate da altri però”, “Ah,
allora fuggi le responsabilità” chiese Johnny, “Non dire boiate, guarda” Guarda
quella… che bomba”, “Non l’ho vista”, “Bravo bravo, pensa a guidare che alle
donne ci penso io”, “Va all’inferno Bob”. Erano ora nel nulla più totale, solo
caseggiati abbandonati, prati a perdita d’occhio. “Che periferie insignificanti”
fece Bob ,”dì un po’ Johnny” continuò “lavori ancora come cameriere in quel
localaccio…non so come si chiama”. “Mi sono licenziato già da una settimana, ho
raccattato qualche soldo, ma non ne potevo veramente più”, “Certo che tu sei
proprio strano: ti licenzi da cameriere e preferisci girare a portare le pizze
alla gente, bah”, “Tu non capisci Bob, a me piace girare, voglio vedere la
città di notte ,e poi posso vedere un sacco di gente, sono una specie di buona
novella, porto la cena al posto della salvezza, più o meno siamo lì. Io non
sono un fattorino qualunque, sono l’uomo delle pizze, mi capisci?”
“Devo mandarti al diavolo adesso o
preferisci dopo? Per te consegnare pizze ti eleva moralmente, ma fammi il
piacere; dovresti studiare, fare gli esami, prenderti un pezzo di carta,
visitare paesi, devi farti una cultura Johnny,come me, io sì che sono degno di
rispetto”
“Ora stai zitto che nella vita non
hai combinato molto, davvero, quindi non puoi parlare. Credi che io non potessi
studiare? Certo che potevo, andavo pure bene a scuola”. “D’accordo” rispose Bob
“io sono l’uomo del poteva fare di più ,ma tu? Perché hai smesso di studiare?”
“Niente di interessante Bob, mi
sono svegliato un giorno ed ho parlato con me stesso, mi sono accorto che non
sapevo fare nulla. E’ stato un momento davvero brutto Bob, credimi, però era
vero: non posso risolverti un’equazione, né scriverti una poesia né parlarti di
filosofia, non so aggiustare un rubinetto né cucinare, faccio fatica anche a
cambiare una lampadina, non so parlare con la gente, non posso essere un amico,
e nemmeno un nemico. Per me era inutile continuare, ma non sono arrabbiato. Io
non ho chiesto niente di tutto questo, è semplicemente quello che ho, e per me
essere qui è la cosa più importante. Tu invece, piuttosto che fare il cretino e
piangerti addosso, potevi farci qualcosa di più con una laurea in legge che
pulirtici il sedere, e poi la lasci appesa per un chiodo in quella fogna che ti
ritrovi come casa. Io forse sto peggio di te, e non mi lamento, e tu…vabbè
scusa Bob, sto dicendo cose senza senso, scusa, non volevo dire…”, “Hai ragione
Johnny, e comunque le ultime parole non le ho sentite, c’è troppo vento,
accelera adesso,voglio sentirmelo ancora più addosso”. Johnny accelerò, si
trovavano su uno stradone sterrato fuori dalla città,accanto a tubi di scarico
e ruscelli inquinati, in lontananza i profili delle fabbriche. “Questa sera
secondo me ti ricapita l’ordinazione dall’avvocato” disse Bob reggendosi alle
spalle di Johnny. “Speriamo di no, non vorrei ribeccarlo con quella sua amante,
prima o poi mi verrà voglia di dirlo alla moglie”, “Perché conosci la moglie”,
“No,dicevo per dire, e comunque una volta l’ho vista, era con lui in casa,
l’amante non c’era però”, “Ci mancherebbe Johnny”. “Ehi, aspetta Johnny,
aspetta! Ferma! Fermati qui, un attimo”, “Che c’è?”, “Fermati”. Bob scese dal
motorino, i suoi capelli erano tutti scompigliati dal vento, si fermò in mezzo
alla radura. “Ecco, guarda qui, deserto assoluto”, “Mi hai fatto fermare solo
per vedere l‘erba qui intorno?”, “Non ti piace, non ti affascina?”, Johnny
ristette, “Beh, forse un po’ ,si è bello ,ma che c’entra?”. “Dì un po’ Johnny,
se potessi andar via da qui dove andresti?” chiese Bob mentre camminava con il
viso verso l’orizzonte sperduto. “Non saprei, mio zio vive in Brasile, mi
scrive qualche volta, ci pensavo spesso ad andare da lui, poi ho scoperto che
una pizzeria ed allora ho preferito tenermi alla larga”. Bob era incredulo “Che
stai dicendo Johnny? Tuo zio vive in Brasile e tu non ci vai?”, “Se devo fare
il fattorino preferisco farlo qui!”, “Ma che c’entra Johnny, si tratta di
scappare via, e poi lo hai detto tu che ti piace consegnare le pizze”, “Non
saprei che fare in Brasile Bob, come faccio a presentarmi da lui improvvisamente!”
,Bob si allontanò ,”Mamma mia Johnny non posso più sentire queste teorie
dell’altro mondo, non riesco proprio a capirti, fossi al posto tuo raccatterei
tutti i fottuti soldi che ho per casa e fuggirei, capito? Fuggire! Andare via!”;
Bob si fermò a guardare l’orizzonte, Johnny lo osservava da lontano, appoggiato
al motorino: che avrebbe fatto in senza il suo motorino, in Brasile, da solo? Non
se l’era mai sentita, avrebbe perso per sempre la possibilità di vedere le
facce dei fedifraghi e dei figli di puttana a cui portava da mangiare; si,
forse c’erano anche in Brasile, ma gli piacevano di più quelli di casa sua, gli
sembravano più simpatici, più interessanti, e poi, non avrebbe più rivisto
Martha. Ci pensò solo allora, mentre si chinò a cogliere qualche filo d’erba
secca, e se li passo da una mano all’altra: pochi giorni erano passati da
quando l’aveva vista per la prima volta, eppure ne era attirato in un modo
diverso.
“Forse ci penserò Bob, prima però
dovrei sistemare alcune cose”, “Che cosa? Quella tizia a cui hai consegnato la
pizza? Oppure ti sei deciso a farti Cherie, e ti assicuro che lei ne sarebbe
felice, le sei simpatico”, “Basta idiozie Bob per favore”, “Non sono idiozie,
sono cose serie” ,”Guarda che ti lascio qui a piedi”, “D’accordo, sto zitto,
meglio ripartire, metti in moto”. Bob montò su, abbandonarono ben presto quella
desolata distesa. “Ti va di fermarti al bar, così sfottiamo un po’ la
cameriera”, “No, Bob, devo passare a mettere benzina, però ti posso lasciare lì
davanti” Bob annuì senza aggiungere altro.
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