sabato 27 aprile 2013

L'uomo della pizza IV


Johnny continuò a camminare, a testa bassa, guardava il marciapiede sporco sotto di sé, gli capitava di salutare qualche vagabondo che dormiva vicino ad un cassonetto,sorrideva, poi passava oltre, un po’ facevano paura anche a lui. Non si ricordava bene quale traversa fosse,poi riconobbe da lontano il profilo dei palazzi, si avvicinò, trovò la strada giusta, ottavo piano,ma la finestra era chiusa,la serranda abbassata, forse non c’è ,pensò Johnny,meglio andarsene, qui sono fuori posto. Rifece la stessa strada, sudava acqua come fosse una fontana, ripensò mille volte a quel viso, Martha Damber e la bambina. Magari un giorno potrò venire qui presto, potrò seguirla, ma no, che sto pensando, lasciamo perdere, dimentichiamo.
Quando il lunedì uscì di casa non se la era dimenticata affatto, e nemmeno la sgradita visita del padrone di casa che gli sollecitava il pagamento della rata di affitto lo riuscì a smuovere dalla sua fantasia. Non appena il padrone se ne fu andato gli si avvicinò Bob, “Viviamo come topi e dobbiamo anche pagarlo, bisognerebbe portarlo in tribunale… roba da far drizzare i capelli”, “Si bravo Bob, portalo in tribunale, come in quel film…non mi ricordo come si chiama… ma va, torna a casa e passa una buona serata, no, non mi seguire che tanto non te lo faccio provare il motorino”.
Arrivò alla pizzeria, la lista delle ordinazioni era più lunga del previsto, la pila delle pizze anche, dovettero montare sul posto un baule più grande dietro al motorino. Johnny aveva le mani sporche di grasso, ma non aveva tempo di lavarsi, il pizzaiolo gli diede un paio di guanti. “In settembre?”, “Mettiteli e non rompere, se porti le pizze con quelle mani luride ti cacceranno a calci nel di dietro” gli disse. Partì e subito le sue vecchie conoscenze si ripresentarono: la cameriera depressa lo accolse con una maschera per il viso dal colore violaceo, gli diede una mancia sostanziosa per un calzone con formaggio e prosciutto, un ragazzo dal viso sciupato e dagli occhi incavati aprì la porta con mani tremanti. “Quanto?”, “Sette e cinquanta”, “Tanto, tanto,troppo, un attimo ,aspetta qui, che pizza è?” Johnny vide tante ferite sulle braccia, poi gli si avvicinò una ragazza, capelli corti rossi, segni sulle braccia anche lei, occhi incavati. Mise i soldi nella sua mano, “Ecco, pagato, vai,grazie” Gli sbatterono la porta in faccia. Johnny se ne andò indifferente: una volta gli eroinomani erano più educati, pagavano anche qualcosa in più. Il prossimo chi è: Mc Bride, ancora lui, cazzo, o gli piace davvero la pizza oppure ha in programma un’altra serata a luci rosse. Arrivò con leggero ritardo al suo condominio, fece in tempo a vedere tre ragazze in minigonna prendere le scale e salire su. Attese un po’, non era il caso di rompere le scatole, in fondo erano fatti suoi. Quando salì lo trovò in mutande e camicia, pagò subito. “Grazie, grazie, ma quanto è buona questa pizza?” disse McBride, “La ringraziamo per la sua fedeltà” rispose Johnny, “grazie a lei e alla sua famiglia” . McBride sorrise, liquidò Johnny e chiuse la porta. Mentre scendeva le scale gli venne un pensiero assurdo: possibile che fosse sempre così inopportuno? Possibile che dovesse capitare a casa dei clienti proprio durante le loro orge preserali o i loro festini, e poi ,diavolo, queste persone non lavoravano: direttori di banca ,avvocati ,medici, potrebbero impegnarsi un po’ di più nel loro mestiere invece di farmi fare figure da scemo quando gli porto le pizze. Altri giri, per tutta la città, l’ultima consegna lo attendeva che erano già le dieci e mezza, ritardo stratosferico. Martha Damber, ancora, anche a lei deve piacere la pizza, sul serio perché con una bambina a casa non potrebbe permettersi festini. Non era così infatti: la solita graziosa creatura con le trecce gli aprì la porta, poi arrivò la madre, sempre con lo stesso vestito, questa volta aveva un paio di occhiali ed un librone in mano, lo poggiò su di un vecchio divano, prese la borsa, tirò fuori i soldi, gli diede a Johnny. Lui li prese, e già stava per chiudersi la porta quando non capì più niente. “Aspettate, è troppo,sono solo sette”; “Ma.. l’ultima volta erano sette e cinquanta” ,”Abbiamo diminuito, ecco, tenete,arrivederci e scusate per il ritardo”, “Non vi preoccupate, avrete trovato traffico”. Johnny inspirò profondamente, “Già ,un pochino”. Martha gli sorrise, alzò la mano per salutarlo, la bambina fece lo stesso. “Come si chiama?” chiese Johnny, “Barbara”, “Barbara” ripeté Johnny, “Ciao”.
Quella sera dovette anche consegnare cinquanta centesimi di tasca sua per coprire quella scemata che aveva fatto con Martha, a mezzanotte passata finì di rimontare il vecchio baule dietro il motorino, si mise in cammino per tornare a casa. Girava per la città ,ed il suono di quel vecchio macinino riempiva l’aria, come musica jazz di un fumoso locale. Era uno sghembo ritmo ronzante, persino divertente se ascoltato con la giusta predisposizione. Questo motorino ha visto poche volte la luce del giorno, pensò Johnny, domani lo porto a fare un giro, voglio fargli vedere com’è la città deserta all’ora di pranzo, tanto domani il pranzo lo salto. Si fermò in un chiosco di panini, comprò un hot dog senza condimento, lo mangiò velocemente, poi ripartì. Faceva quasi sempre così per cena. A casa si fece una doccia, l’acqua gelata gli rinfrescò le idee. Guarda, pensò, a qualcosa serve non avere l’acqua calda. Si sdraiò sul materasso, tornò a leggere il manuale di legge, era arrivato a pagina cento. Dopo poco Bob bussò alla porta: “Ti va di scendere da Cherie?”, “No Bob, ti ho già detto che da quella non ci vengo”, “Dai, non fare il lupo solitario, neanche fosse una puttana”, “L’hai detto tu Bob”, “Bè, se la pensi così, comunque non sai che ti perdi”, “Dici sempre così”, “Ma si può sapere che fai la sera?”, “Sto leggendo il tuo manuale di procedura civile”, Bob rise, “Ah ,bravo, una delle più grande palle che la storia dell’umanità abbia mai prodotto, l’ho studiato per non so quanto,come è finito lì scusa?”, “Non lo so Bob, come ti andò l’esame?”, “Promosso, che domande,non mi ricordo il voto però” “E’ interessante” fece Johnny “qualche volta dovremmo parlarne insieme, di diritto dico”, “Va bene, ma solo se mi fai…”, “Vaffanculo Bob, no! Il motorino non lo tocchi!”, “Allora scordatelo!”. Bob se ne andò,ed era incazzato, Johnny continuò a leggere, non riusciva proprio a farsela piacere quella Cherie, era davvero una puttana ,e a lui quelle non erano mai piaciute. Era anche carina,aveva dei begli occhi azzurri, capelli biondastri, ma…no, non gli andava proprio di diventare suo amico. Erano più di due anni che abitava sotto di lui e ancora non l’aveva toccata una volta; beh Johnny a dir la verità non aveva mai toccato nessuna.
Chiuse il libro a pagina cento venticinque, spense la luce, era ora di dormire: lo stomaco brontolava, ma la testa era già altrove.

sabato 20 aprile 2013

L'uomo della pizza III


Il pizzaiolo era appoggiato alla porta aperta della pizzeria, dentro era tutto spento tranne una lampadina alla cassa, aspettava la consegna dei soldi. “Quarantacinque” fece Johnny porgendogli le banconote. “Bene, bene, bravo, ci vediamo lunedì”, e fece per rientrare. “Ehi” disse Johnny, “scusatemi”, “Che c’è?”, “Oggi sarebbe sabato, sa…la paga…settimanale”. “Ah,si ,si, vieni, ecco, un attimo che apro la cassa e metto i soldi dentro, entra. Allora,sono dieci ,tieni”; “Scusatemi ancora, ma di solito…”, “si ,si di solito sono quindici ma questa settimana sono andato male, davvero male, quindi, questo è il massimo,scusa e adesso vai però. Ciao”. “D’accordo, scusatemi di nuovo, arrivederci”. Ripartì con un biglietto da dieci in tasca, poco male, per una settimana basteranno. Faceva un po’ di dispiacere, ma capitava talmente tante volte, e lui non se la sentiva di incazzarsi,non era davvero il tipo. Tra un pensiero e l’altro era arrivato vicino a casa e già intravedeva il tetto del suo palazzo, una selva di antenne abusive e mezze rotte. Passò l’ultimo semaforo, questa volta non lo maledì nessuno, ne fu sollevato, girò a destra. Parcheggiò il motorino nel cortile,lo lego ad una colonna con la catena, si tolse il casco, lo accarezzò ,poi salì su. Fece le scale fino all’ottavo piano, il suo, poi una voce lo bloccò. “Hey,tu vieni stasera?”, “Perché, stasera che si fa?”, “Bah niente, ci vediamo sotto nella topaia di Cherìe, stiamo lì, nient’altro”, “No, no, non ci vengo in quel postaccio Bob,vado a dormire”, “Come vuoi, però stare tutte le sere da solo fa male, quando ero all’università più di una sera in casa non reggevo.”, “Infatti si è visto come studiavi bene, Bob!”. Quello si alterò un poco “Diavolo, Johnny non sfottermi adesso, ti ho solo invitato ad una festicciola”, “Si,si, scusa Bob, sono stanco, mi dispiace,sul serio, scusa”, “D’accordo,si, ma allora che farai tutto da solo su quel materasso?”. Johnny sospirò “Il solito, penserò alle facce di chi ho visto oggi, sognerò di conoscerli,proverò ad immaginare la loro vita”. “Allora una noia mortale?”, “Pensa per te Bob, io mi diverto”, “Contento te, ora vado, ci vediamo domani mattina allora” “Ciao Bob”. Tirò fuori dalla tasca le chiavi arrugginite, ne infilo una nella toppa della serratura, la porta scricchiolò paurosamente, Johnny la richiuse dietro di sé, butto le chiavi in un cesto di vimini davanti a sé, cammino sulle assi di legno del pavimento, lentamente per il buio. Arrivò al materasso,il suo letto, si sdraiò, poi allungò la mano ed accese la lampadina dietro la sua testa, appoggiata su una scatola di cartone. Intorno a sé vide che la casa era impolverata, il giorno dopo avrebbe dovuto farsi prestare da qualcuno straccio e sapone per pulirla. Il letto era retto da quattro pile di libri al posto dei piedi, per lo più volumi universitari di Bob, fumetti e qualche romanzo d’avventura. Johnny ne prese uno caso, fu davvero sfigato: Manuale di diritto processuale civile. Si mandò a quel paese da solo, poi iniziò a leggere. Si addormentò dopo poche pagine e ,come promesso prese ad immaginare.





La mattina dopo fu svegliato da una scarica di fumo, proveniente dalle caldaie del palazzo che avevano lo sbocco proprio accanto alla sua finestra. Venne investito da una zaffata di calore e puzzo che per poco non ci rimase secco. Aprì gli occhi pigramente, si alzò dal materasso, notò che era ancora tutto vestito. Aprì un bauletto in mezzo alla stanza: niente latte, una scatola di biscotti quasi vuota, ne mangiò qualcuno controvoglia, andò in bagno, bevve un po’ d’acqua dal rubinetto, si mise il giubbotto nero ed uscì. Faceva un caldo infernale, il sole batteva come non mai. “Amico, aspetta amico!”, “Oh, Bob, ciao, com’è andata ieri sera?”, “Bah, non ti sei perso niente, avrei fatto meglio a restare con te,c’è più gusto a sparare idiozie”, “Se vuoi possiamo rimediare stasera, sono libero”, “Ah, perché hai deciso di saltare il turno questa domenica?”, “Non so, ti ho detto , sono stanco, voglio riposarmi un po’, è da un sacco che non faccio una passeggiata, stavo appunto uscendo” , “Bravo, bravo! Allora saremo in due ,aspetta che mi metto una maglietta e poi vengo con te”, “Guarda che non ti porto in motorino, vado a piedi”, “Ah! Ma cazzo Johnny è da cent’anni che ti chiedo di salire sul motorino e tu non me lo fai mai usare” ,”Non rompermi Bob, se vuoi camminare, cammina, altrimenti resta a piangerti addosso a casa tua!”. Due minuti dopo stavano passeggiando sulla stradina, deserta, che conduceva dal palazzo alla via principale.
“Ieri sera ho conosciuto una donna?” fece Johny, “Ehi! Dici sul serio? Hai concluso?” ,”Bob, ma che hai capito? Era una cliente, le ho portato le pizze, mi ha aperto la porta la figlia, davvero molto carina, lei poi è alta, ha un bel fisico, capelli neri, mi piaceva”, “Allora, ci hai almeno parlato?”, “Le ho detto quanto doveva pagare”, “Diavolo Johnny, ma perché non ti butti mai, vuoi fare questa vita per sempre, tu dovresti trovarti una bella donna e scappare con lei in qualche posto strano, c’hai anche il mezzo”. Johnny rise “e dove vuoi che vada con quel motorino scassato, può fare al massimo i venti all’ora e già sento rumori strani, no, e poi se mi prendo una donna, che ci faccio? Farle regali non posso, non so scrivere poesie, a cantare non sono bravo , a letto non ne parliamo, quindi…” , “Ma va all’inferno Johnny! Non ne posso più di sentirti parlare così, ci sarà pure una cosa che saprai fare, no?”. Johnny pensava ma non gli venne in mente niente. “Vabbè, lasciamo perdere” disse Bob “parliamo di quella tizia, le tette ce le aveva?”, “Non ci ho fatto caso”, Bob rise “Ok Johnny, o mi stai prendendo in giro oppure sei un idiota di quelli spaziali, scegli tu”, Johnny sospirò “Ti sto prendendo in giro Bob, comunque, non ce ne aveva tante”, “Allora aveva un bel sedere?”, “Si,quello sì”. “Ah, bene bene, ma ,di un po’,ordina spesso da voi, cioè, pensi di rivederla?”, Johnny iniziò a ridere sul serio, “E che diavolo ne so Bob, speriamo, ma poi, non so nulla di lei, so solo il suo nome…Martha Damber, una figlia a carico e la casa dove sta è poco meglio della nostra”, “E vedi che in fondo siete simili” fece Bob “tutti e due dei disperati”. “Perché tu non lo sei?” chiese Johnny, “Che c’entra, non si sta parlando di me, e poi comunque io ho studiato, ho studiato da avvocato, quindi porta rispetto”, “Si Bob,scusa” disse Johnny sorridendo e continuarono a camminare. Imboccarono la solita, grande, sterminata via, la domenica mattina era deserta: alcuni, come l’avvocato Stanley, sicuramente a messa, altri a riprendersi dalle feste della sera prima, altri continuavano a festeggiare in casa loro. Passarono davanti a tante case ,Johnny le aveva visitate quasi tutte, tutti i condomini, tutte le poche ville. “Qui abita un medico, l’ultima volta che ci sono stato era insieme a due ragazzi giovani, più o meno della mia età, pensa, aveva ordinato una pizza alle uova, quando aprì la porta aveva l’accappattoio”, “Lo conosco il dottor Casey” rispose Bob, “Tempo fa,quando ero un bambino, mi visitò per un problema al piede, un gran bel medico, ed un gran figlio di buona donna, sapevo che si era sposato, ma non che avesse figli”, “Non credo che quei due ragazzi fossero suoi figli Bob…oh, ecco guarda, in questo palazzo vive una che fa la cameriera al bar vicino a noi, fino a poco tempo fa ordinava tutte le sere una margherita semplice,con una foglia di basilico sopra. Aveva una faccia così depressa che mi metteva tristezza pure a me, credo avesse problemi sul lavoro” ,”Ma certo che ha problemi sul lavoro, Johnny, la sfottono dalla mattina alla sera, d’altra parte è brutta come la fame, che mai ci vuoi fare, puoi solo prendertela con la natura”.
“Non fare lo stronzo ,Bob, non crederti tanto superiore a questa gente”, “Oh,ma tu stamattina ce l’hai con me, che ti ho fatto?”, “Niente Bob, però mi da fastidio, stai zitto invece di criticare la gente che forse non sarà miliardaria però sicuramente c’ha un lavoro, e noi non ce l’abbiamo”. Bob tacque per un po’, poi riprese “Tu lavori Johnny”; “Si, quindici,anzi, dieci bigliettoni a settimana, e uno spicciolo di mancia da qualche cliente generoso, se ti va bene, ma io non mi lamento, sono già stato fortunato a trovarmi qui, tu invece, Bob…”, “Si, lo so non ricominciare a rompermi, ho studiato e allora dovevo eccetera eccetera, però non credere che sia per tutti facile, eh?”, “Sono d’accordo Bob, ma allora non prendere la gente per il sedere, se poi tu sei il primo a cercare giustificazioni”, “Mi hanno un po’ rotto le tue morali Johnny,e poi fa molto caldo, siamo andati lontani, che ne dici di tornare indietro?”, “Vai Bob” fece Johnny, ti raggiungo fra poco, ho ancora voglia di camminare, devo smaltire l’intossicazione che quel dannato fumo mi ha fatto venire stamattina”, “Va bene” rispose Bob”anche se questa strada non è proprio l’ideale per sentirsi meglio, ci vediamo!”

giovedì 18 aprile 2013

L'uomo della pizza, II


Si erano fatte le nove, Johnny era in perfetto orario, aveva una sola consegna da fare per quella sera, dopo di che poteva tornarsene a casa. Salì contento sul motorino ,controllò che il baule delle pizze fosse bene fissato, lasciò il condominio. Prossima consegna, nome: Damber, abita qui vicino, che fortuna! Due minuti ed era arrivato, di fronte a lui un palazzo altissimo e maleodorante, gli scarichi delle fogne proprio sulla strada, le serrande alle finestre tutte rotte o comunque scassate. Cercava il citofono: “Damber, Damber, qui non c’è”. Solo caselle vuote ,nessun nome, in quel palazzo sconosciuti. Premette un tasto a caso,si fece aprire, in mano aveva una pizza semplice, senza mozzarella, solo pomodoro, non bruciava più neanche tanto. Speriamo non si arrabbi troppo per la pizza fredda, pensava Johnny. Come al solito ascensore rotto, e voci e chiasso da tutte le parti, la luce accesa produceva un calore incredibile, le lampadine penzolanti dal soffitto dei corridoi. Lesse i nomi di tutte le porte, prima di trovare quello giusto, al nono piano, Damber, Martha. “Pizza!” disse bussando alla porta, poco dopo gli aprì una bambina dai capelli castani chiari, pettinati in due trecce ai lati della testa. “Eccomi, eccomi, scusate” sopraggiunse la madre, lunghi capelli neri, maglietta e jeans, occhi vispi e pelle quasi scura. Bella, davvero. Johnny prese i soliti sette soldi e cinquanta, salutò con un sorriso sincero la bambina, e vide la porta chiudersi di fronte a lui. Iniziava la strada per il ritorno a casa e, come al solito, Johnny ripensava alle facce che aveva visto quella sera: il traditore, il puttaniere, la ragazza madre, oddio, già adulta ma ancora giovane. Sicuramente, rifletteva dispiacendosi, si erano già dimenticati di lui, dell’uomo delle pizze. Lui violava il segreto delle loro case, ogni sera entrava nelle loro dimore, ma un solo passo, poi subito via, un perfetto sconosciuto, invisibile, che ronzava col suo motorino ed offriva il suo corpo alla città per tre ore, dalle otto alle undici, quando andava male, altrimenti alle nove e mezza già era sparito. Quella sera di metà settembre se la prese comoda, osservo le prostitute riempire le strade, le trovò tutte carine, ne rimase ossessionato come ogni sera. Aveva un problema Johnny: a volte non si riusciva a dimenticare la gente. 

venerdì 12 aprile 2013

L'uomo della pizza


L’uomo della pizza
 (è un racconto che ho scritto un po' di tempo fa, e che oggi forse non scriverei...)
Passava il carrello bianco dei gelati, le auto sfrecciavano a fari accesi, la strada intera era illuminata da decine di insegne al neon, il vialone che portava da una parte all’altra della città. In stivali di pelle rattoppati, giubbotto nero, jeans stretti e cintura arrivava con il suo motorino, dipinto di grigio con un lungo adesivo rosso a bianco su un fianco. Era Johnny, l’uomo delle pizze. Lo aspettava il pizzaiolo fuori dal locale, con gli occhi spiritati. “Sei in ritardo di cinque minuti”, “Scusa,scusa” si affrettò a rispondere Johnny, come altro non avrebbe potuto fare. Gli consegnò una pila di scatole bollenti, Johnny le metteva nel bauletto dietro al motorino. Partì subito senza che nessuno lo salutasse, quella sera c’era un lungo giro da fare. Aveva il viso oscurato dal casco, attraverso il quale poteva vedere tutta la città illuminata, già i vagabondi affollavano i marciapiedi, si accucciavano nelle loro scatole di cartone. Guidava piano Johnny, e ad ogni semaforo ci metteva un anno per partire, puntualmente veniva mandato al diavolo. Lui continuava senza rispondere, poteva solo andare avanti,dentro si sentiva piangere, ma non lacrimava.
Arrivò a casa del Dottor Stanley, avvocato, verso le otto di sera, era presto. Scese dal motorino, prese la scatola giusta, formaggio dolce e peperoni, si diresse verso il cancello della villa, mentre sulla strada migliaia di macchine passavano. “Chi è” rispose una voce affannata al citofono, “Pizza” si limitò a dire Johnny, senti il cancello che si apriva, entrò dentro, percorse velocemente il vialetto contornato da alberi, fino alla monumentale residenza. “Pieni di soldi” disse fra sé e sé Johnny, storcendo la bocca. Arrivò sotto il portico, bussò delicatamente alla porta, aprì l’avvocato, un asciugamano nero intorno alla vita, dietro di lui una voce femminile. “Quant’è?” disse velocemente, “Sette e cinquanta”, frugò in una borsa da donna appoggiata su un tavolino nell’ingresso, Johnny aspettava fuori, scorse due gambe nude che si muovevano dolcemente sul divano, poi una mano che reggeva un bicchiere, gli venne da sorridere. “Che c’è?” disse il Dottor Stanley. “Niente, niente, grazie, arrivederci” ,prese i soldi e scappò via, non era il caso di immischiarsi in faccende di amanti. Specialmente per uno degli avvocati più in vista della città, moglie e quattro figli a carico, una barca di soldi e molto altro,carne compresa. Appena uscito dal cancello principale, si rimise in moto, passò accanto ad una fila di bidoni della spazzatura, ritornò sulla strada, tagliò la strada ad un’auto, ecco un altro vaffanculo, tanto ci era abituato. Eppure gli faceva sempre male.
Il prossimo chi è? Ecco, la prima traversa a destra, nome: McBride. Ok, eccolo arrivato. Per lui ci sono quattro pizze, tutte al formaggio. Suonò il citofono, gli aprirono senza dire una parola, entrò nel condominio, l’ascensore era rotto, prese le scale: quinto piano, e la mano sotto le scatole friggeva senza pietà. Saliva più veloce che poteva, arrivò davanti alla porta. Bussò. “Pizza”. “Buonasera, per lei quattro al formaggio?”, “Si, sono per me, quant’è?”, “Trenta precisi”, “Ah, si, un attimo…eh, quando si torna da lavoro stanchi,e poi io sto in banca dalle otto di questa mattina, è la cosa migliore ordinare una buona pizza… e poi le vostre sono le migliori, per una serata in famiglia tranquilla… le migliori, in assoluto, prenda ecco,trenta tondi tondi, grazie, mi dia le pizze, ah, ecco fatto, grazie, arrivederci”. Tre biglietti da dieci e un vecchio bottone di mancia, “Stronzo!” sussurrò Johnny, poi scendendo le scale pensava: strano, serata in famiglia, ma in casa non ho sentito nessuno. Era arrivato al piano terra, quando un uomo e tre donne, vestite in modo appariscente, entrarono, si diressero verso l’ascensore. Le donne indossavano una pelliccia, l’uomo un lungo impermeabile grigio chiaro. “L’ascensore è rotto” disse Johnny sorridendo, l’uomo si rivolse allora alle ragazze: “Per di qua, saliamo,su”.

domenica 24 marzo 2013

Lo sciopero bianco


Lo sciopero bianco


Dopo aver messo da parte l'idea di scrivere un post sulla situazione politica attuale(lo stanno facendo già in troppi in giro e ripeterei solo cose già dette) ho comunque deciso, dopo tanto tempo, di scrivere un post vero e proprio. In questo caso si tratterà di un concentrato di inutili casualità buttate come mi vengono in mente. Del tipo "non mi piace l'abbacchio anche se a Pasqua è tradizione" e così via. Ad esempio, ho qualche giorno fa appreso una notizia che un signore di Teramo ha pagato una multa , da lui ritenuta ingiusta, di 110 con 2200 monete da cinque centesimi. "La vendetta delle monetine" titolava il giornale. Ecco, queste sono piccole azioni quotidiane che riescono sempre a stupire per la fantasia degli esseri umani. Non m'interessa sapere se le ragioni del signore fossero giuste o sbagliate. Egli è comunque un genio. Egli ha combattuto il sistema con le sue stesse armi. Non ha disatteso le regole, anzi, le ha rispettate alla perfezione, scegliendo tuttavia la modalità più sadica. Se i sindacati facessero come lui invece di fare scioperi di 8 ore puramente dimostrativi, credo che otterrebbero molti più successi. Pensate, invece di non andare al lavoro, un giorno tutti gli impiegati di un bell'ufficio decidono di rispettare il regolamento nella sua applicazione più ottusa, letterale, puntigliosa. Un minuto dopo i tassi di suicidio salirebbero alle stelle. 
E' solo una riflessione, ma è una riflessione che serve, secondo la mia opinione, a capire una cosa. Quel che non ci piace si può cambiare, e questo è un fatto. Ci sono diversi modi per cambiarlo. C'è il vecchio metodo giacobino, ovvero impugnare le armi e tagliare qualche testa. Qualcuno lo ritiene antidemocratico tuttavia. C'è poi un altro modo, ed è quello di infiltrarsi nel sistema e avvelenarlo dall'interno, oppure costringerlo a cambiare. E' il metodo più difficile, perchè si basa essenzialmente sul compromesso, sul rispetto di regole che vorremmo cambiare. Forse però è anche il metodo migliore. Lascia le teste al loro posto e ,magari più lentamente ma certamente con maggiore ponderazione, porta ai risultati voluti. Ha un difetto: chi s'infiltra nel sistema per cambiarlo dovrebbe conoscerlo a menadito il sistema, altrimenti rischia di finire male. Ma studiare il sistema è noioso, bisogna mettercisi d'impegno, ed è più facile sbraitare o andare appresso a qualcuno che sbraita. Protestare, protestare, protestare. Ma la dura verità dice che la protesta, se è pacifica, serve a poco o niente. La protesta deve mettere paura, e se non mette paura è vuota. Quindi, se di fare rivoluzioni non ha più voglia nessuno, forse sarebbe meglio accettare qualche compromesso, perchè è nel compromesso che a volte si dimostra il proprio valore e la propria sincerità d'animo.


Oh, cavolo! Avevo detto che non avrei fatto un post sulla situazione politica e invece...vabbè, per questa volta perdonatemi.

venerdì 15 marzo 2013

Quando a oriente sorge il sole


Quando a oriente sorge il sole

Rimane un sapore strano in bocca quando finisci di raccontare le tue storie, e cerchi di mandarlo via respirando sempre più forte,poi però ti riduci solamente a disperdere il tuo ossigeno nel cielo che ti maledice dall’alto e ti mostra la sua strana e luminosa oscurità.
Qualche volta capita che il freddo intenso della notte riesca ad accendere le stelle,e a farle scoppiare,come tanti piccoli fuochi che si liberano e sciolgono il ghiaccio funereo sulla strada. Due fiaccole mi circondano e mi riscaldano mentre appena fuori dal portico resistere al freddo diventa impossibile. L’aria sembra un coltello,tagliente come le risate di quelle due guardie appoggiate al muro di cinta; si divertono a prendersi gioco di me e chissà quante battute si stanno dicendo adesso, maledicendomi con la più tetra ironia possibile, tronfi e superbi, dall’alto della loro potenza e della loro superstizione,perché i vagabondi sono messi del diavolo,e vanno allontanati. E’ strana questa storia: non la conoscevo fino a quando un giorno,da ragazzo, mi trovai a parlare con un soldato di ventura lungo la strada che dal fiume porta alla città,e dove qualche anno fa i sentieri erano coperti di cadaveri. Quel soldato, ricordo, era più strano delle parole che pronunciava, con i suoi folti baffi e la sua divisa sgargiante,sembrava un angelo giullare che di corte in corte vagava e vendeva le sue fandonie al prezzo di una zuppa calda. Mi raccontò la sua storia sui vagabondi,e da allora io sono disposto a venderla per meno di un tozzo di pane; qualche volta mi chiedo cosa mi direbbe se lo incontrassi oggi,ed ho quasi paura di sottopormi al suo giudizio.
Prendo con la mano l’ultima briciola che mi rimane da mangiare,nel piatto gli spiccioli di un’elemosina ormai dimenticata, che un bambino mi donò la notte di Natale. Il sapore del pane di città è quanto di più disgustoso possa esserci,ma è l’unica cosa che ho,e lo stesso forse sta pensando quella graziosa donna dai capelli bruni che ora passa con un libro di poesie in mano per la via su cui mi affaccio. Persino le guardie smettono di ridere e si fermano a guardarla,ma lei non degna loro di un’occhiata, si gira invece verso di me,e gli angoli della sua bocca si tendono fino a creare,come un demone dal fuoco, un misterioso e glorioso sorriso.
Ogni suo passo si fissa nel candido scorrere del tempo come un momento indistinto e dal significato oscuro, e non appena il suo petto si muove seguendo il respiro ,la magia della mistica visione lascia che lampi silenziosi illuminino il cielo e colpiscano ogni uomo lasciatosi ammaliare da
quell’effimero desiderio che è la certezza d’amare;  poi,quando il passo ed il respiro si esauriscono nei rivoli della notte, la normalità torna sovrana, tacita guardiana di una bellicosa quanto insignificante rivoluzione.
Colpisce anche me la passione,e ,malgrado tenti di nascondermi portando al volto le mani,le pupille sconquassano l’iride nel disperato tentativo di rispondere a quel sorriso. Ben presto,quando ogni resistenza viene facilmente vinta, la forma degli occhi cambia, due leggere lacrime lasciano i propri destini brillare alla luce delle fiaccole, cadono con lentezza quasi da litania sulle mie guance secche e,nonostante la bocca sia paralizzata, la sensazione stessa del sorriso lascia il mio corpo ed arriva a quello di lei, di una donna davanti a questo lurido vagabondo.
Le guardie riprendono a scherzare ed una di loro si avvicina mentre cado come in estasi,fino quando un altro sguardo mi ridesta e mi fa rabbrividire, poi solamente lo sghignazzo e la prepotenza, quando la donna già se ne è andata,e ha voltato l’angolo.
Non è vero che la notte le strade siano deserte: oltre alle guardie si vede,talvolta, passare della gente, ed ognuno racconta la fiaba di una vita che solamente il gelido torpore delle tenebre riesce ad estrarre dalle menti incatenate.
I ladri,che rallentano il passo per non farsi notare e che cercano di nascondere con il tremolio il sudore freddo che scende dal viso. Solitamente tengono sempre una mano dentro il mantello,a protezione del loro bottino,e non fanno altro che sorridere ai gendarmi mostrando vecchi e scoloriti denti d’oro. Eppure mi sembrano così ingenui, e mi accorgo che sono lontani i tempi in cui anche io dilettavo il mio spirito e la mia sofferenza nell’arte del rubare; e se un pallido ricordo sono le botte che mi diede un giorno un capitano di polizia, colpendomi nel petto con un bastone, riesco ancora a rammentare quello strano sentore che il mio corpo provava ogni volta che la rapina si trasformava in fuga:non riuscivo a capire chi mi inseguisse,e mi sembrava di inseguire, come fossi stato uno stupido innamorato che corre per far ritorno dall’amata. A volte avevo voglia di cantare,altre volte urlavo semplicemente ,e quel giovane giocare si esauriva nello spazio di un canale e nel tempo di una semplice percossa.
Tante volte ho rubato e altrettante volte sono stato catturato,per questo oggi mi chiedo come facciano i ladri a farla franca,se non valgono un dito di quello che valevo io allora.
Spesso le guardie li ignorano, lasciano che il sogno di un pezzente diventi realtà, ma è solo un’elemosina, uguale a quella che mi fanno oggi i bambini. Il ladro di strada si accompagna sempre con un cane randagio,che abbaia alla luna e che muore divorato dalla fame e dalla peste.
Piccole servette si lasciano intenerire dalla vista dei cani,e sopportano di essere infettate dai neri bubboni pur di accudirli. A volte scoppia un’epidemia in città,ed è allora che i ladri dovranno subire la vendetta, e la tortura sarà tremenda
Colonne di luridi schiavi attraversano le strade, il loro tanfo è insopportabile e la gente si copre il volto con la veste. Io li osservo solo la notte, quando i loro padroni li lasciano scorrazzare liberi per i quartieri malfamati,ed allora iniziano le orge e i bordelli si riempiono.
La casa chiusa all’angolo della strada ha l’insegna di un fiore primaverile, il custode è un vecchio dalla barba bianca. Mi sta guardando,io guardo lui ed inizia una sfida. So di peccare d’infantilità, ma solamente se riuscirò a sbagliare così tanto da persistere in questa spregevole idiozia potrò vantarmi fra i dannati dell’inferno,quando sarà arrivato il mio momento, di essermi meritato un posto in mezzo a loro.
Passano schiere di giovani vagabondi, dalle loro tasche escono monete d’oro ed il peso della loro testa rasata a zero schiaccia le loro schiene e comprime i polmoni. Respirano l’incenso che esce fuori della moschea, e paiono disorientati dal profumo, abbaiano al suono di un liuto, che un vecchio mercante suona all’angolo della strada. Il mercante mi guarda e mi rivolge un sorriso pieno di disprezzo: a lui racconterei volentieri una delle mie storie, magari proprio quella del mercante di schiavi e del tesoro all’ombra di una palma del deserto. Credo che la potrebbe apprezzare,perché è un uomo di mondo.
All’improvviso il mercante smette di suonare,ed alza lo sguardo come incantato, fissa con occhi arrossati dal pianto la strada dove proprio adesso passa una mezzana. Le sue dita sono indecise fra il premere sul legno dello strumento o lasciarlo andare senza alcuna tensione. Una corda si spezza.
Solo i vecchi sanno soffrire per passione, e solo loro riescono a cogliere nel profondo il senso che il corpo di una donna vuole comunicare. L’esperienza ci insegna a distinguere fra lo sguardo e la parola, fra il pensiero ed il desiderio.
Non resisto alla tentazione ed alzo lo sguardo, rifugiandomi ancora una volta nel mio vecchio e consunto mantello.   
Nel brivido di un istante, tutte le mie riflessioni,annegate in un sospiro, si perdono nel gelo degli occhi vitrei della mezzana, la pupilla illuminata dalle fiaccole riflette sul corpo l’immagine di una donna ,che a stento pareva essere reale. La vedo, e mi accorgo di quanto sia bella, avvolta in un peplo color del mare, le cui pieghe assumono la forma ed i contorni delle onde. Scivola leggera la sua mano sul fianco destro,ed il mio sguardo la segue ammaliato. Tento di cercare i suoi occhi ancora una volta,ma il suo viso è lontano. Soltanto la pura sincerità del suo corpo placa la mia sete d’amore. Provo a pensare quante volte sia passata su questa strada e quanti vecchi vagabondi abbia stregato.
E’ stata l’ultima ad uscire dalla casa chiusa, dopodichè il custode ha sprangato la porta. La donna ha ancora con sé l’odore pesante dolciastro di quel posto,meta di pellegrinaggi quanto un luogo sacro, dimora di riottosi, topaia di dannati che sperano,in un letto sudato,di trovare la strada per la salvezza e per la soddisfazione. Ogni giovane meretrice che esce dal quel posto ha lo stesso sguardo di ghiaccio,gli occhi appena sbarrati, che fanno da contraltare all’inevitabile frustrazione delle loro membra, ferite e sanguinanti, ma ancora disposte a farsi succhiare.
Ad un certo momento,ridestandomi dai miei pensieri, ascolto un gemito, un gemito sussurrato,e mi volto verso il suonatore di liuto, credendolo piangente,poi,trovo la soluzione sempre nella stessa donna, i cui occhi ora provano a sciogliersi. Le lacrime si distinguono appena ,oscurate dal buio, ma la loro presenza si avverte anche solamente con l’anima. Il lungo vestito azzurro si stringe attorno al corpo,che di colpo si irrigidisce, i capelli neri si muovono per un attimo con una folata di vento, ed il pianto ricomincia, ancora più forte.
Mi alzo un poco allora, e mi concentro nell’ascoltare: nel suono di quel gemito mi pare di sentire l’intera città, addormentata nella notte fredda, vittima delle sue delusioni e dei suoi brutali istinti.
Il gelo si è fatto più pressante e i respiri, uscendo dalla mia bocca, si condensano dando forma a vere e proprie nuvole di fumo, presto dissolte nell’aria. La mezzana,a passo lento, lascia la via e devia,risvegliando l’attenzione delle due guardie,che,una volta che lei è passata, esprimono il loro biasimo bigotto in una semplice battuta,poi riprendono a scherzare. La guardia più giovane ha nella cintura un coltello, spesso lo tira fuori dalla custodia in pelle e si diverte a palpeggiarlo con le dita,cercando i suoi riflessi d’argento e di terrore,per lui passione accecante. Qualche volta punta il coltello dalla mia parte,come per intimorirmi, ma sono troppo stanco per dargli soddisfazione. Il vecchio che suonava ha posato lo strumento ed ora è addormentato,con la bocca aperta rivolta verso il cielo. Ha un aspetto orribile,ma mi incuriosisce; vorrei conoscere la sua storia,vorrei che mi cantasse una canzone, un qualche antico canto popolare,scritto magari da un ragazzo di strada in un bordello poco prima di essere accoltellato.
Le musiche che riempiono i teatri e le locande alla sera non mi danno l’impressione di essere vere. Una volta conobbi un pescatore,che scriveva ballate con l’armonica in riva ad un fiume,in attesa che qualche pesciolino malcapitato abboccasse alla sua misera esca. Diceva di scrivere canzoni per passare il tempo, perché la noia gli faceva nascere dentro la tristezza. Non ho mai sentito nessuno suonare come lui e, dal giorno in cui mi salutò per partire verso ovest su di una barca rattoppata,ancora aspetto di ascoltare di nuovo le sue canzoni. Ora l’unica musica che sento è lo strano e disperato miagolare di un gatto,accasciato sopra la bancarella di un verduraio,completamente vuota. Di giorno il brulicare di vita vicino ai negozi è incredibile, gli odori acri di spezie e di carni frollate, di verdure colorate o di frutta fin troppo matura stimolano la fantasia,oltre che l’appetito, dei passanti. In ogni negozio o bazar c’è qualche animale, che spesso è un cane o un gatto. Loro restano anche la notte,abbandonati dai loro padroni, e le scorribande in cerca di qualche avanzo di cibo sono la paura di ogni mendicante.
Stasera però il mio piatto è pieno di polvere mista alle lacrime e al sangue, ed allora posso guardare senza timore che qualcuno disturbi la mia quiete. Il gatto avverte quando c’è un nemico nelle vicinanze e,veloce come un fulmine, scappa lontano. Ora che con il suo grido felino sta fuggendo,vedo passare il cane che lo insegue, ma è troppo lento, non lo raggiungerà mai. Un pianto indistinto risponde all’abbaiare insistito del cane: probabilmente è un bambina,che vive nelle case verso la fine della strada. Le famiglie che abitano lì sono tutte di operai o di stranieri, il cui digiuno più che una penitenza è una necessità. I loro figli hanno sempre vestiti stretti, cuciti dalle madri mettendo insieme qualche vecchio straccio.
Prego per quella bambina, il suo pianto si placa,ma domani mattina sono sicuro che ricomincerà.
Le risate delle due guardie sono più lontane, forse hanno voltato l’angolo anche loro, stanchi di dover sopportare la presenza di un pezzente. Il vecchio addormentato sulle seggiola pare morto e quasi mi fa paura. Il freddo è sempre più intenso ed allora capisco che deve essere veramente tardi. Qualche fiaccola comincia a spegnersi,ma la strada rimarrà ancora viva,almeno per qualche minuto.
Vedo passare un’altra guardia,disarmata, che mi scruta senza proferire parola. Di tanto in tanto gruppi di due o tre ragazzi,che a stento si reggono in piedi, attraversano lentamente la strada, e,vedendo attraverso il portico la mia faccia,sorridono disordinatamente.
Qualcuno di loro forse,stanotte morirà, per colpa sua o per colpa d’altri,ma in fondo sono cose che succedono,e per cui non scomodo più nemmeno la mia pietà.
In un attimo sento arrivare da lontano un cigolio,che diventa sempre più forte,poi più niente.
Ogni notte arriva il momento di essere soli,e bisogna prepararsi non ad affrontarlo, quanto ad accettarlo. Sarà per il freddo che mi apre le ferite,o per la malinconia che si respira stanotte,ma non riesco a prendere sonno e, se provo a chiudere gli occhi,sento solamente l’attesa divenire sempre più insostenibile. Sono costretto a guardare questa via e quel vecchio a bocca aperta,finché lo schifo di questo posto convincerà il mio corpo a dormire. Una lacrima scende dai miei occhi e bagna la mia mano, che d’un tratto si stringe forte fino a fare male. E’ tutta la vita che aspetto ,ed il mattino è ancora lontano.  

lunedì 4 marzo 2013

Un'immaginazione


Un’immaginazione

Però l’Africa è un’immaginazione. E’ il tramonto biblico del Nilo, sulle cui acque basse, vicino alla riva, un padre e un figlio, forse in fuga, camminano, seguendo il corso del fiume. La storia di quegli uomini è l’Africa, ma l’Africa non esiste, è un sogno. C’era una volta un regno, ma ora non più. Le parole ancora dolci della millenaria fiaba scorrono lente sul Nilo, rinfrescato dalle frasche mosse dal vento ai lati dei suoi argini. Gli uomini camminano, ma il loro viaggio pare non avere meta. Scappano dalla povertà che tiene in braccio il continente, scappano dalla falsa libertà o dal falso progresso di molti regimi. Si chiedono come il presente possa cambiare. Guardano al passato. La storia è il loro unico conforto. C’è stato un tempo in cui l’Africa era grande ed ha allevato gli uomini, ha permesso che crescessero e che imparassero a vivere, li ha ospitati nelle verdi valli che adesso si chiamano Sahara, ma verdi non sono.
I templi dei faraoni guardano distratti il cammino dei due. A tratti il più giovane dei due, il figlio, alza lo sguardo al cielo, si asciuga il sudore dalla fronte, porta un passo avanti e sogna della gloria di Menfi o di Tebe che non ha letto sui libri di scuola, perché a scuola magari non ci va nemmeno, ma sui versi in rima della sua fantasia. Vorrebbe riprenderselo il passato, ma da solo non sa se può farcela. Quando il letto del fiume si restringe, i due uomini lo abbandonano. Sono ormai nell’alto Egitto. Lungo l’acqua una barca a motore arriva veloce. Sono stranieri, ma non hanno la faccia cattiva dei mercanti d’Europa o d’America. Portano sacchi di cibo e parole nella testa da insegnare ai bambini. <<Siamo qui per aiutarvi>> dicono mentre costruiscono una scuola , regalano ai due un portafortuna: un ciondolo di Iside. <<Anche noi possiamo aiutarvi, con tutto quello che abbiamo>> dice il giovane <<Ma solo quando voi lo capirete potremo farlo per davvero>>. Camminano.  Fuori dal fiume c’è ancora il deserto. La sabbia mormora, mossa dal vento, ulula piano solitaria sotto i loro passi che affondano nel cuore delle dune.
C’è un’oasi, in mezzo alla notte, nel buio. L’aria che sfiora le palme le fa vibrare come un flauto. Quando Allah ha voluto scrivere le Mille e una Notte forse lo ha fatto lì. Padre e figlio si siedono, una polla d’acqua davanti a loro, un dattero fra le mani. <<Ti manca tua madre?>> chiede uno, l’altro scuote la testa, sforzandosi di mentire. Si rialzano e nel cammino le lacrime si seccano ancor prima di scendere dagli occhi. Il loro sogno dura ancora, così come la sabbia, che sembra non finire mai. Ad un certo punto però finisce anche quella. L’inferno di Dio ,che spacca la roccia fino a farla diventare sabbia, cede pian piano il passo a qualche baobab sparso, a qualche pozzanghera ereditata dalla pioggia. Gli animali vi si abbeverano, anche i due uomini, affaticati dalla traversata del deserto. Aspettano che i leoni se ne vadano e si avvicinano all’acqua senza far rumore. Bevono a piccoli sorsi, si sorridono l’uno con l’altro, ma non sanno ancora perché sono lì. Loro due,persi in mezzo alla savana, guardano sulla linea tremolante dell’orizzonte le fronde della foresta pluviale che si alzano, e nascondono genocidi, lotte fra tribù, e uomini che firmano col sangue degli altri qualunque cosa. Finire fra quei massacri fa paura a tutti, anche a due fuggiaschi senza speranza. Il buio della giungla nasconde l’odore della morte, così e più facile da ignorare. Un gruppo di bianchi, bianchi come il latte, costruisce una capanna in un villaggio. Alcuni sono bianchi anche nei vestiti. Sembrano dottori. Loro due si fermano, e guardano. C’è chi il sangue non lo usa solo per firmare, ma anche per curare. Sono grati ai dottori stranieri. <<Con le vostre armi ci ammazzate, con il vostro sangue ci curate>> dice il giovane <<Ci curereste ancor di più portando scuole e sogni dai vostri paesi, invece che mitraglie>> La terra rossa s’alza mossa dal vento. Caldo. 
Se ne vanno ancora. Fermi non possono stare. Fra le radure a macchia strette fra la foresta, le piogge, i laghi dimore di fenicotteri e le mandrie in corsa per la vita, c’è un vulcano, su cui si dice sia nascosto il tesoro del figlio di re Salomone. E’ un vulcano strambo, è il vulcano dell’Africa. E’ coperto dalla neve. Il padre indica al figlio la grande montagna bianca. Anche se non hanno letto Hemingway, sono comunque muti di fronte alle nevi del Kilimangiaro. Si chiedono se il gelo serafico di quella cima, che resiste al bollore delle viscere dentro di sé, potrà invadere tutto il continente un giorno. E’ un mondo in rivolta, è un mondo in fuga da se stesso, come loro due, contadini o pescatori od operai abituati a vedere il proprio sudore cadere per terra e formare rigagnoli sulla sabbia. Si siedono per riposarsi. Hanno viaggiato tanto e intorno a loro c’è ancora solo sabbia. Un nuovo deserto, uno dei tanti, ma questa volta il caldo è alleviato e lascia spuntare sulla bocca un sorriso. Stesi fra le dune del Namib, hanno alle spalle la sabbia e davanti il mare. Il blu quasi acceca, il freddo dell’acqua scorre sotto la terra. Il tutto e il nulla, l’infinitamente arido e l’infinitamente umido che si toccano, si abbracciano ,pare quasi che si amino. E’ l’amore per l’Africa. Con lo stesso amore gli stranieri costruiscono le capanne nei villaggi, o curano un’infezione, o semplicemente partono, ma non per fotografare i leoni da dietro il vetro di una jeep. Partono per l’Africa. Non bisogna per forza nascere in Africa per essere africani: serve tornare col pensiero al momento primordiale della nascita di un uomo. Serve sorridere d’amore per il miracolo della concordia che si realizza fra due sguardi, mentre ,insieme, guardano al sole e pensano al domani.
Quell’amore rende fertile la terra, anche quando è deserto e, davanti agli occhi dei due uomini, fa nascere un giardino. Fiorisce il Gelsomino ed alzano la testa le palme sulle sponde del Nilo. Forse i templi dei faraoni non potranno più essere così indifferenti, chiusi nel mito della forza di ieri. C’è una famiglia spezzata in riva al mare, lungo il deserto. Sono padre e figlio, senza nulla con cui vivere. Quando davvero il mondo crederà nell’Africa darà lei non solo l’amore dei volontari e missionari. Darà la speranza di vivere in un paese libero, dove libero è il lavoro. Ma la Speranza muore se non c’è nessuno a tenderle la mano. Sorridono , perché sono ancora vivi. Quell’immaginazione che chiamano Africa è talmente vera da rimanere stupefatti. Nell’attimo della contraddizione deserto-mare vedono lo spruzzo di una balena alzare una colonna d’acqua azzurra nel cielo grigio della mattina. Freddo. Il loro è stato un viaggio nel sogno, fra gli alberi in cui sono nati, milioni di anni prima, i loro genitori. E’ forse quell’eredità comune che li fa sentire uguali,che chiede d’essere condivisa con il mondo per una nuova civiltà.
<<Però l’Africa è un’immaginazione>> dice il padre socchiudendo gli occhi. Bello farla diventare realtà.